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Prosecuzione di fatto dell’incarico dirigenziale e rinnovo dello stesso

7 Aprile 2024|

Quando una legge collega la cessazione del rapporto di lavoro ad un determinato evento, prevedendo, inoltre, che tale conseguenza possa essere impedita solo dalla riconferma nell’incarico, la mera prosecuzione di fatto nell’incarico non è idonea a creare incolpevoli affidamenti. A maggior ragione, pertanto, non può produrre l’effetto preteso dal ricorrente una proroga temporanea (non tacita e di fatto) ma accompagnata da una esplicita dichiarazione di volontà del datore di lavoro contraria alla rinnovazione dell’incarico

È questa la massima, non ufficiale, che si può ricavare dall’ordinanza della Corte di Cassazione – Sezione Lavoro- sentenza 10 gennaio 2024, n. 1062, qui annotata.

Il ricorrente è convenuto in giudizio innanzi al Tribunale di Roma, in funzione di giudice del lavoro, nei confronti dell’azienda speciale FARMACAP, di cui era stato direttore generale, per chiederne la condanna al risarcimento dei danni provocati dall’illegittima risoluzione anticipata del rapporto di lavoro, asseritamente rinnovatosi – per un ulteriore triennio – a decorrere dal 3.6.2012, nonostante la mancata conferma comunicata il 1.3.2012 dal datore di lavoro, il quale aveva però poi disposto la temporanea prosecuzione del rapporto per l’approvazione del bilancio e per garantire la continuità dell’attività ordinaria dell’Azienda.

Instauratosi il contraddittorio, il medesimo Tribunale di Roma ha respinto la domanda e la sentenza di primo grado è stata successivamente confermata dalla Corte d’Appello di Roma, rigettando l’impugnazione proposta dal dirigente.

Contro la sentenza della Corte d’Appello, il lavoratore ha proposto ricorso per cassazione articolato in tre motivi.

Con il primo motivo di ricorso, il ricorrente ha rilevato che la proroga provvisoria dell’incarico non è prevista dalla normativa vigente in materia, con particolare riguardo dal «testo unico della legge sull’assunzione diretta dei pubblici servizi da parte dei Comuni e delle Provincie» (r.d. 2578 del 1925).

Infatti, sulla base di detta normativa «Il direttore … è nominato per il termine di tre anni» e «può essere confermato di triennio in triennio». Il medesimo ricorrente ha sostenuto che il trattenimento in servizio dopo la scadenza del 3.6.2012 (e fino al 31.7.2012) avrebbe comportato un ulteriore rinnovo triennale, nonostante la comunicazione di mancata conferma trasmessa dal datore di lavoro il 1°.3.2012, ovverosia con il trimestre di anticipo sulla scadenza previsto dall’art. 35 del d.P.R. n. 902 del 1986.

In merito, la medesima Corte di cassazione ha ritenuto il motivo infondato.

Al riguardo, l’applicabilità, nel caso di specie, delle disposizioni di cui il ricorrente afferma la violazione non è in discussione tra le parti e che tale valutazione delle parti è corretta, in quanto sia l’art. 4 del r.d. n. 2578 del 1925, sia l’art. 35 del d.P.R. n. 902 del 1986 risultano richiamati dalla contrattazione collettiva (art. 44 CCNL per i dirigenti delle imprese di pubblica utilità siglato il 22.12.2009).  Non viene pertanto in rilievo, nel caso di specie, quanto statuito dalla medesima Cassazione con la sentenza n. 21635/2018, ovverosia che, con la riforma della municipalizzazione che ha avuto inizio con la legge n. 142 del 1990 ed è stata perfezionata da leggi successive e dal testo unico di cui al d.lgs. n. 267 del 2000, il r.d. n. 2578 del 1925 non trova più diretta applicazione nella disciplina delle aziende municipalizzate. Ciò, infatti, non impedisce alle parti sociali di dare contenuto ai contratti collettivi facendo rinvio materiale a quelle norme, anche se ormai prive di diretta efficacia vincolante.

Il ricorrente ha sostenuto che la durata necessariamente triennale dell’incarico di direttore generale prevista dall’art. 4 del r.d. n. 2578 del 1925 (richiamato dal contratto collettivo), non solo rende illegittima la proroga provvisoria disposta dal datore di lavoro con la comunicazione dell’1°.6.2012 (valutazione fatta propria anche dalla Corte d’Appello di Roma), ma comporta l’attribuzione a tale comunicazione del valore negoziale di una conferma nell’incarico per un ulteriore triennio e, quindi, di una revoca della mancata conferma tempestivamente comunicata il 1°.3.2012 (aspetto sul quale, invece, la Corte d’Appello è andata di contrario avviso, con ciò – secondo il ricorrente – violando la norma di diritto risultante dal contratto collettivo e dalle disposizioni di legge richiamate)

La tesi del ricorrente non può essere condivisa. Innanzitutto, nessun dubbio può esserci sulla volontà negoziale espressa dal datore di lavoro con la comunicazione di mancato rinnovo dell’ 1.3.2012 e anche con la comunicazione di proroga del 1°.6.2012. Quest’ultima, infatti, riportata nel ricorso per cassazione si concludeva «con l’avvertenza che il presente atto di proroga, proprio per le finalità sottostanti la ratio, le circostanze del tutto eccezionali e per le superiori esigenze che lo giustificano, non potrà essere considerato, da parte Sua, un rinnovo tacito del Suo incarico per un ulteriore triennio». Non vi è modo, pertanto, di sostenere che FARMACAP abbia inteso revocare, il 1°.6.2012, la dichiarazione di non conferma nell’incarico del 1°.3.2012.

Per quanto riguarda la liceità della proroga provvisoria, non si condivide il giudizio perentorio della Corte d’Appello secondo cui si tratterebbe di un incarico nullo, perché «conferito al di fuori [dei] limiti logico-giuridici» delineati dalla normativa di riferimento.

Sicuramente il contratto collettivo, tramite il rinvio all’art. 4 del r.d. 2578 del 1925, non avrebbe consentito –pur in assenza di un esplicito divieto – il conferimento di un incarico ordinario di direttore generale di durata diversa, maggiore o minore, rispetto a quella triennale. Ma non altrettanto si può dire di una proroga di pochi mesi motivata esplicitamente con la necessità di fare fronte a esigenze straordinarie collegate al commissariamento dell’Azienda e alle difficoltà (con conseguenti ritardi) nella redazione e nella approvazione del bilancio di esercizio. Sotto questo profilo, la motivazione della sentenza impugnata merita di essere corretta e integrata, senza che ciò pregiudichi la conformità al diritto del dispositivo (art. 384, comma 4, c.p.c.).

Infatti, anche qualora si volesse ravvisare nelle disposizioni citate un divieto assoluto (a prescindere dalle allegate circostanze eccezionali) di proroga provvisoria dell’incarico, mancherebbe tuttavia una norma che preveda, quale sanzione per la violazione di tale precetto, la trasformazione della proroga (asseritamente) illegittima in una conferma dell’incarico per un ulteriore triennio, nonostante l’esplicita e confermata dichiarazione di volontà in senso contrario da parte del datore di lavoro. L’esistenza di una siffatta norma sanzionatoria è, invece, la clausola implicita della domanda svolta in via principale dal ricorrente, il quale chiede il risarcimento del danno parametrato alla durata triennale dell’incarico di cui ipotizza l’avvenuto rinnovo. Tuttavia, il ricorrente non è in grado di indicare alcuna norma che preveda siffatta conseguenza per la (ritenuta) illegittimità della proroga provvisoria, tant’è che nell’illustrazione del motivo è costretto a ripiegare sull’affermazione, in fatto, che il datore di lavoro avrebbe espresso una «volontà di rinnovo rinvenibile nell’atto commissariale dell’1.6.2012». Ma si è appena visto come siffatta affermazione sia smentita dal tempestivo invio della comunicazione di diniego di rinnovo del 1°.3.2012 e dalla esplicita conferma della volontà di non rinnovare il rapporto formulata anche nella comunicazione di proroga del 1°.6.2012.

Per concludere la motivazione su questo primo motivo, merita di essere ricordato il condivisibile orientamento espresso, in ambito analogo, dalla medesima Corte di cassazione, secondo cui, quando una legge collega la cessazione del rapporto di lavoro ad un determinato evento, prevedendo, inoltre, che tale conseguenza possa essere impedita solo dalla riconferma nell’incarico, la mera prosecuzione di fatto nell’incarico non è idonea a creare incolpevoli affidamenti (Cass. Sentenza n. 13232/2009, che ha espresso il principio interpretando l’art. 15, comma 6, della legge della Regione Lazio n. 18 del 1994). A maggior ragione, pertanto, non può produrre l’effetto preteso dal ricorrente una proroga temporanea (non tacita e di fatto, ma) accompagnata da una esplicita dichiarazione di volontà del datore di lavoro contraria alla rinnovazione dell’incarico.

Con il secondo motivo il ricorrente ha contestato alla Corte d’Appello di avere travisato i fatti affermando che, durante la proroga, l’incarico sarebbe stato limitato «a pochi e ordinari compiti rispetto all’articolato compendio stabilito positivamente». Egli ha sostenuto, infatti, di avere continuato a svolgere tutte le funzioni inerenti. Il citato motivo è inammissibile sotto almeno due profili.

Innanzitutto, sub specie di denuncia del vizio di «omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti», si richiede in realtà alla Corte di Cassazione nient’altro che un inammissibile riesame dell’accertamento sul fatto che compete al giudice del merito.  Inoltre, una volta appurato che la proroga temporanea non era illegittima e che, comunque, anche se illegittima, non avrebbe comportato il rinnovo dell’incarico ex lege, risulta irrilevante stabilire se tale proroga sia stata disposta soltanto per lo svolgimento di alcuni limitati compiti specifici (come sostenuto da FARMACAP) o abbia invece comportato lo svolgimento, da parte del ricorrente, di tutte le funzioni del direttore generale (come da lui sostenuto).

Infine, il terzo motivo censura «violazione e falsa applicazione dell’art. 44 CCNL 22.12.2009”. In merito, il medesimo ricorrente ha affermato che le disposizioni contenute nel citato articolo del contratto collettivo imponevano al datore di lavoro, con riferimento al suo caso concreto, un termine di preavviso ben più lungo di quello trimestrale (pari a quello che gli sarebbe spettato se il suo contratto fosse stato a tempo indeterminato), con obbligo, in caso di mancata osservanza, di pagare un’indennità pari alle retribuzioni dovute per tutta la durata del ritardo.

Il motivo – che è dunque funzionale all’accoglimento della domanda subordinata svolta dal ricorrente davanti ai giudici di merito – è tuttavia infondato.

L’art. 44 del CCNL 22.12.2009 contiene, nei commi 2, 3 e 4, una disciplina sostanzialmente incompatibile con la regola generale contenuta nel comma 1. Mentre quest’ultimo sancisce che «Per i direttori di azienda, nominati ai sensi dell’art. 4 del R.D. 15.10.1925 n. 2578, il periodo di preavviso per la risoluzione del rapporto di lavoro è quello previsto all’art. 35, primo comma, del d.P.R. 4.10.1986 n. 902» (ovverosia tre mesi); il secondo comma dispone che «Tuttavia l’azienda può comunicare al direttore la propria volontà di risolvere il rapporto al termine del triennio con un preavviso pari a quello che gli sarebbe spettato, ai sensi del comma 1 e 2 dell’art. 35 del presente ccnl, se il suo contratto fosse stato a tempo indeterminato». I commi 3 e 4 disciplinano poi le conseguenze del mancato rispetto del termine fissato nel comma 2.

La difficoltà di coordinamento sussiste perché non si comprende che senso possa avere dare al datore di lavoro – che ha l’obbligo di comunicare il mancato rinnovo con un anticipo di tre mesi – la facoltà Tuttavia … può») di dare il preavviso con un anticipo (diverso e solitamente) ben maggiore.

L’interpretazione proposta dal ricorrente non può essere condivisa, perché ha il difetto di basare l’affermazione di un obbligo in capo all’Azienda (di dare la disdetta nel termine che sarebbe spettato se il contratto fosse stato a tempo indeterminato) su una disposizione che si esprime chiaramente nel senso di attribuire una facoltà («Tuttavia l’azienda può …»).

L’unica interpretazione coerente con tale duplice vincolo testuale (formulazione della norma in termini di facoltà e riferibilità della stessa al medesimo soggetto cui il comma 1 conferisce un obbligo) è quella secondo cui il contratto collettivo conferisce alle aziende (ma, si potrebbe dire, alle parti del rapporto di lavoro, al momento della stipulazione del contratto individuale o in sede di modifica dello stesso) la facoltà di scegliere il regime alternativo dei termini per il diniego del rinnovo.

Pertanto, quando una legge collega la cessazione del rapporto di lavoro ad un determinato evento, prevedendo, inoltre, che tale conseguenza possa essere impedita solo dalla riconferma nell’incarico, la mera prosecuzione di fatto nell’incarico non è idonea a creare incolpevoli affidamenti. A maggior ragione, pertanto, non può produrre l’effetto preteso dal ricorrente una proroga temporanea (non tacita e di fatto) ma accompagnata da una esplicita dichiarazione di volontà del datore di lavoro contraria alla rinnovazione dell’incarico.

Nicola Niglio, consigliere della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Scuola Nazione dell’Amministrazione

Visualizza il documento: Cass., ordinanza 10 gennaio 2024, n. 1062

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