Show Info

Disposizione dell’Ispettorato del lavoro anche in caso di inosservanza dei contratti collettivi: l’ispettore che dispone “provvede” oppure “accerta”?*

3 Aprile 2024|

Il Consiglio di Stato affronta – con la sentenza della Sezione Terza del 21 marzo 2024 n.2778 – lo spinoso tema dei confini del potere di disposizione che l’articolo 14 del D.lgs. n.124/2024 (come modificato dall’articolo 12bis del D.l. 76/2020) ha attribuito ai funzionari dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro.

L’esito è importante perché il Consiglio di Stato chiarisce che è possibile adottare una disposizione anche in caso di inosservanza di norme del contratto collettivo; importante è anche la motivazione, però, che ci offre lo spunto per una riflessione critica di carattere più generale.

Nella fattispecie concreta di cui si occupa il giudice amministrativo, il provvedimento dell’ITL dispone l’inquadramento di alcuni dipendenti in un altro livello rispetto a quello attribuito loro dal datore di lavoro.

Quest’ultimo impugna presso il TAR competente il verbale di disposizione «per essere stata l’ispezione conclusa oltre il termine massimo di durata del procedimento amministrativo e di ragionevole durata dell’accertamento ispettivo […] [per] l’assenza di adeguata motivazione», per «l’erroneità dell’inquadramento disposto […]». E, in particolare per quanto qui di interesse, perché nel caso concreto il potere di disposizione stesso non sarebbe concretamente esercitabile.

Il giudice di prime cure concorda con l’impostazione del ricorrente e ne accoglie il motivo da ultimo citato.

Il provvedimento dell’ITL è così annullato perché il TAR esclude «che il tipo di violazione contestata – id est, l’inquadramento dei lavoratori in una categoria contrattuale diversa da quella asseritamente spettante in forza delle mansioni esercitate, secondo il C.C.N.L. applicabile – «rientri tra le ‘irregolarità (…) in materia di lavoro e legislazione sociale’ che possono essere contestate dall’Ispettorato nell’esercizio del potere di disposizione”» (così nella motivazione della sentenza in analisi).

Per dirimere la controversia, il Consiglio di Stato affronta preliminarmente la quaestio della giurisdizione e sul punto statuisce che «il potere esercitato dagli Ispettori del lavoro ai sensi dell’art. 14, d.lgs. n. 124 del 2004 si manifesta con un provvedimento amministrativo che ha i connotati della definitività e della immediata lesività per la parte alla quale lo stesso è indirizzato e che, in quanto tale, è impugnabile dinanzi al giudice amministrativo» (così in motivazione).

È interessante analizzare i passaggi di questa argomentazione (le citazioni che seguono sono tratte dalla motivazione).

La prima premessa si basa su una lettura testuale della disposizione: l’articolo 14 «qualifica […] l’atto in questione come “provvedimento” e precisa che lo stesso è “immediatamente esecutivo”».

Il CdS mette a confronto l’articolo 14 con il precedente articolo 13 e rileva: «che tale sia la natura dell’atto in questione [n.d.r.: cioè la natura, in tesi, provvedimentale della disposizione] lo si evince ancora con maggiore evidenza ove lo si ponga a raffronto con il potere esercitato ai sensi del precedente art. 13, comma 1, dello stesso d.lgs. n. 124 del 2004, che culmina – questo sì – con il rilascio del “Verbale di primo accesso”, il quale richiede un previo atto di diffida (comma 2) al datore di lavoro trasgressore».

Questo passaggio non è particolarmente felice perché il verbale di primo accesso (di cui parla il comma 1 dell’articolo 13) non è preceduto dalla diffida (di cui parla il comma 2) e non è il culmine della procedura di cui costituisce, al contrario, l’atto iniziale.

La sentenza, dunque, confonde il verbale di primo accesso con il verbale unico di accertamento e notificazione (di cui parla invece il comma 4) e la confusione non è un lapsus calami perché ritorna anche più avanti, nel punto 4 della motivazione.

Il giudice amministrativo non si avvede che il verbo ‘provvedere’ è utilizzato dal legislatore anche per indicare l’azione che compie chi adotta l’atto di diffida poiché il secondo comma dell’articolo 13 prevede che “qualora il personale ispettivo rilevi inadempimenti dai quali derivino sanzioni amministrative, questi provvede a diffidare”.

È di tutta evidenza che, da un punto di vista del linguaggio tecnico, “provvede a” ha il medesimo valore semantico di “adotta un provvedimento” (che è la locuzione cui ricorre l’articolo 14).

Se è un provvedimento la disposizione, allora, dovrebbe esserlo anche la diffida a regolarizzare.

Così risolto il tema della giurisdizione, la motivazione passa ad affrontare quello della definitività del provvedimento.

Ecco l’argomentazione: la disposizione non sanziona «l’omissione o l’irregolarità rilevate ma soltanto la volontà di non conformarsi all’ordine di fare o di ripristinare la regolarità. In altri termini, l’organo ispettivo intima al datore di lavoro di eliminare l’irregolarità rilevata, concedendo un termine per adempiere e solo in caso di mancata ottemperanza si applica la sanzione. Da tale premessa consegue: a) che è la mancata osservanza dell’ordine inibitorio o ripristinatorio dell’Ispettore a portare ad infliggere la sanzione e non la condotta stessa, non essendo infatti per la condotta prevista tale sanzione; b) che, correlativamente, in caso di mancata impugnazione del “provvedimento di disposizione”, il contenuto di quest’ultimo, e segnatamente le “irregolarità” con esso accertate, non potrebbero essere rimessi in discussione in sede di impugnazione della successiva sanzione».

È condivisibile la premessa della lettera a) ma non convincono le conseguenze che il giudice amministrativo ne deduce; ancora meno convincente è l’argomentazione di cui alla lettera b).

Essa trova sponda in un altro passaggio della motivazione in cui si legge che «il provvedimento [n.d.r.: la disposizione], infatti, fa scattare immediatamente l’obbligo del datore di lavoro di mettersi in regola e chiude il procedimento […]».

La disposizione, però, non chiude affatto il procedimento sanzionatorio come si ricava abbastanza palesemente dall’articolo 14 per il quale «la mancata ottemperanza alla disposizione di cui al comma 1 comporta l’applicazione della sanzione amministrativa da 500 euro a 3.000 euro. Non trova applicazione la diffida di cui all’articolo 13, comma 2, del presente decreto».

La regolarizzazione su diffida di cui al comma 2 dell’articolo 13 è un istituto di carattere premiale, collocato nella fase di passaggio dalla chiusura del procedimento ispettivo in senso stretto a quella di contestazione dell’illecito.

Come abbiamo visto retro qui nel testo, il personale ispettivo “provvede a diffidare” e, dunque, ammette alla regolarizzazione attraverso il provvedimento di diffida che è collocato nel verbale unico di accertamento e notificazione.

Il Consiglio di Stato correttamente osserva – nella citata lettera a) – che la sanzione per l’inottemperanza alla disposizione consegue alla mancata osservanza dell’ordine dell’Ispettore; se è così allora è solo successivamente all’inottemperanza che si potrà avere la contestazione dell’illecito senza la quale non è possibile l’irrogazione di alcuna sanzione.

L’articolo 14, dunque, intende dire che nel caso di inottemperanza alla disposizione non si applica l’istituto premiale che consiste nell’ammissione alla regolarizzazione e, dunque, il personale ispettivo deve procedere con il verbale unico di accertamento e notificazione, all’interno del quale non vi sarà il provvedimento di diffida a regolarizzare di cui al comma 2 dell’articolo 13.

Ma se è così, è chiaro che «il contenuto di quest’ultimo [n.d.r.: del provvedimento di disposizione], e segnatamente le “irregolarità” con esso accertate», al contrario di quanto sostenuto nella sentenza in analisi, potrebbero essere rimessi in discussione nella fase successiva alla contestazione dell’inottemperanza.

Com’è noto, difatti, l’Ispettore con il verbale unico (non con quello di primo accesso) contesta le violazioni ma le sanzioni sono irrogate a firma del direttore della sede territoriale con l’ordinanza-ingiunzione, acquisiti gli scritti difensivi del trasgressore (e dell’eventuale obbligato in solido).

Ciò detto in via preliminare, per saggiare ulteriormente la tenuta del ragionamento del giudice amministrativo, è opportuno valutare la funzione svolta dagli Ispettori del Lavoro e i passaggi procedimentali che realizzano.

L’attività di vigilanza è una funzione amministrativa volta a verificare la corretta applicazione di un sistema di norme. La vigilanza in materia di rapporti di lavoro è quella particolare funzione amministrativa finalizzata a verificare la corretta applicazione delle norme (di legge o di contrattazione collettiva) che si applicano a ogni rapporto di lavoro.

La funzione di vigilanza si esercita, essenzialmente, attraverso un procedimento amministrativo di tipo ispettivo (c.d. “ispezione del lavoro”).

Il procedimento amministrativo ispettivo è uno strumento di acquisizione di conoscenza. Lo scopo del procedimento amministrativo ispettivo è di acquisire conoscenza in merito all’osservanza, da parte dell’azienda ispezionata, della normativa in materia di lavoro, contribuzione e assicurazione obbligatoria, legislazione sociale.

Lo scopo dell’ispezione, dunque, non è l’irrogazione di una sanzione. E gli Ispettori, di conseguenza, non fanno applicazione delle sole norme che comminano sanzioni.

L’irrogazione di una sanzione amministrativa (o penale) è una conseguenza solo eventuale, frutto di un secondo procedimento amministrativo (o penale), di tipo per l’appunto sanzionatorio; questo secondo procedimento amministrativo (o penale), che potrebbe conseguire a quello ispettivo, utilizzerà come accertamento proprio l’esito conoscitivo dell’ispezione.

Per essere chiari: l’esito del procedimento ispettivo può confluire nel primo atto del procedimento di irrogazione della sanzione che è la contestazione dell’illecito.

Il procedimento ispettivo in senso stretto, dunque, non appartiene al diritto punitivo ed è improntato, essenzialmente, alla prevenzione e promozione. L’esito auspicabile dell’ispezione, pertanto, dovrebbe essere la comunicazione di regolarità oppure la segnalazione al datore di lavoro di mere irregolarità non sanzionabili.

La vigilanza (e il procedimento ispettivo) non sono funzioni amministrative punitive ma costituiscono strumenti di governo e di controllo complessivo del territorio, e di implementazione delle policy di sostegno a una crescita economica equilibrata e socialmente sostenibile.

Se l’effetto diretto della vigilanza è la tutela del lavoro, quello indiretto è la tutela della concorrenzialità del mercato; sulla quale impattano le irregolarità giuslavoristiche e contributive alla stregua di qualsiasi fenomeno di dumping o di abbattimento illegale di costi.

Il potere esercitato nel procedimento ispettivo è il potere di accertamento tecnico; gli Ispettori, dunque, durante l’istruttoria verificano i fatti che le norme di legge e del contratto collettivo considerano rilevanti.

Si tratta di un potere che non manifesta alcuna discrezionalità amministrativa e neppure alcuna discrezionalità tecnica; tant’è che nessuno ha mai ipotizzato che l’esito dell’accertamento tecnico in sé fosse autonomamente impugnabile presso il giudice amministrativo.

Il convincimento maturato durante il procedimento ispettivo, cioè il fatto tecnico che risulta accertato, è manifestato all’esterno del procedimento ispettivo stesso (e dunque all’esterno dell’amministrazione) per il tramite di uno degli atti tipici previsti dal legislatore.

Se i fatti accertati integrano una fattispecie legale che prevede una sanzione amministrativa, l’accertamento tecnico confluisce nell’atto di contestazione della sanzione di cui all’articolo 14 della L. n. 689/1981.

L’Ispettore che ha svolto l’accertamento, però, in certi casi, prima di contestare «provvede a diffidare» ai sensi del comma 2 dell’articolo 13 (di cui s’è detto retro qui nel testo).

Se i fatti accertati integrano un reato, l’Ispettore prosegue l’attività nelle vesti di ufficiale di polizia giudiziaria e compie gli atti necessari che confluiranno poi nel procedimento penale.

Se i fatti accertati danno prova di un credito del lavoratore, l’atto che ne consegue è la diffida accertativa che è destinata a diventare un titolo esecutivo stragiudiziale di formazione amministrativa.

Si tratta di atti che non si escludono a vicenda poiché è possibile che i medesimi fatti integrino una violazione amministrativa e siano prova di un credito: si pensi al caso delle omesse o infedeli registrazioni sul libro unico del lavoro da cui generano crediti retributivi (e anche contributivi)

La disposizione si colloca sullo stesso confine: è terminato l’accertamento tecnico, e l’Ispettore deve esternarne gli esiti.

Per individuare la specificità della disposizione, torniamo alle parole della sentenza in analisi.

Il Consiglio di Stato torna sul confronto tra articolo 13 (diffida a regolarizzare) e articolo 14 (disposizione) e scrive che «il riferimento, nell’art. 14 è alla materia oggetto della irregolarità; nell’art. 13 alle norme violate per effetto di tale inosservanza; nel primo caso l’irregolarità non deve essere già oggetto di sanzioni amministrative o penali (evidentemente perché per tali ipotesi è la mancanza riscontrata ad essere sanzionata, senza che sia offerta prima la possibilità di mettersi in regola), nel secondo caso, al contrario, l’inosservanza deve essere già oggetto di sanzione amministrativa».

Conclude che «si deve ritenere, ad avviso del Collegio, che anche l’art. 14 si riferisca alle norme della legge o del Contratto collettivo […] con la conseguenza che […] pare poter estendere ai “poteri di disposizione” nelle “materie di lavoro e legislazione sociale” lo stesso ambito di applicazione dei “poteri di diffida” dell’art. 13».

E precisa che «la scelta di includere tra le “irregolarità” che possono formare oggetto del “Provvedimento di disposizione” anche le violazioni dei contratti e accordi collettivi di lavoro esprime una valutazione dell’ordinamento di rilevanza pubblicistica dell’esigenza di una piena ed effettiva applicazione degli stessi, tale da meritare attenzione a livello amministrativo anche indipendentemente dalle reazioni e iniziative civilistiche dei singoli lavoratori interessati».

Si tratta di una presa di posizione estremamente rilevante perché ribalta la tesi sposata dal giudice di prime cure e fa chiarezza (speriamo definitiva) sull’estensione dell’ambito applicativo del potere di disposizione.

Al tempo stesso, però, crea un corto circuito con la ricostruzione della disposizione ex articolo 14 quale potere discrezionale, suscettibile di impugnazione presso il giudice amministrativo.

Il GA ci dice che gli ambiti di materia di diffida a regolarizzare e disposizione coincidono.

Le fattispecie in cui l’Ispettore ricorre alla disposizione sono quelle in cui la condotta datoriale è inosservante di un precetto di legge o di contratto collettivo per il quale non c’è una sanzione amministrativa ma potrebbe esserci una ‘sanzione’ civilistica.

Questo è proprio il caso analizzato dalla sentenza nel quale il giudice di prime cure esclude il potere di disposizione nei casi che ricadrebbero nella disciplina dell’articolo 2103 c.c. e il Consiglio di Stato ne ribalta ragionamento e conclusione.

L’Ispettore, pertanto, non delinea il precetto, e non ha discrezionalità neppure nell’individuare la condotta che sarà sanzionata e la sanzione che ne deriverà: l’una e l’altra sono stabilite dall’articolo 14.

È l’articolo 14 che commina la sanzione che sarà eventualmente irrogata a firma del direttore della sede territoriale con l’ordinanza-ingiunzione; ed è sempre l’articolo 14 che stabilisce che la sanzione sarà contestata e irrogata nel caso in cui il destinatario non assumerà la condotta fissata nella norma originaria.

Si tratta di quella condotta originaria (individuata nella norma dotata di precetto ma non di sanzione) che preesiste al procedimento ispettivo.

L’Ispettore, per il tramite dell’atto di disposizione (o verbale di disposizione come è identificato nella prassi), si limita a ordinare che sia eliminata l’inosservanza che egli ha accertato nel corso del procedimento ispettivo.

L’unico potere esercitato dall’Ispettore, quindi, è quello di accertamento tecnico all’esito del quale individua la condotta di inosservanza a un precetto di legge o di contratto collettivo e, prim’ancora, il precetto stesso.

Il potere di accertamento tecnico che confluisce nella disposizione è il medesimo di quello che confluisce nella diffida a regolarizzare.

Nella fase che conduce alla disposizione allora non c’è discrezionalità; ma non ce n’è neppure nella fase successiva alla sua eventuale inottemperanza.

Se la disposizione non è ottemperata – esattamente come avviene nel caso in cui la diffida a regolarizzare non sia adempiuta –, difatti, l’Ispettore assume sempre lo stesso atto di contestazione di cui all’articolo 14 della L. n.689/1981.

Nel caso della disposizione, contesterà l’illecito di cui all’articolo 14 del D.lgs. n.124/2004, nel caso della diffida a regolarizzare contesterà l’illecito oggetto di diffida.

La differenza, anche in quest’ottica, non sta nella diversa natura dei poteri di diffida e di disposizione ma nella esistenza di precetti già sanzionati, che si diffida a regolarizzare; e di precetti non sanzionati, che si dispone siano rispettati, pena l’applicazione della sanzione per l’inottemperanza all’ordine.

La sentenza in analisi non convince neppure quando dice che nella disposizione non sarebbe «offerta prima la possibilità di mettersi in regola».

Succede esattamente il contrario: il destinatario della disposizione può mettersi in regola ottemperando alla disposizione allo stesso modo del destinatario della diffida a regolarizzare che può mettersi in regola adempiendo alla diffida.

La differenza è che nel caso della disposizione, proprio perché la sanzione non preesiste, chi si mette in regola ne esce indenne; al contrario del destinatario della diffida che, anche in caso di regolarizzazione, paga comunque la misura minima della sanzione prevista.

Come abbiamo già detto, non è vero neanche che l’accertamento della irregolarità contenuto nella disposizione sia irretrattabile.

Il Consiglio di Stato deduce anche da questo assunto la definitività e l’immediata lesività della disposizione.

La disposizione, però, non impedisce di rimettere in discussione l’accertamento ispettivo, intanto, perché è impugnabile con ricorso al direttore dell’ispettorato territoriale (vedi il comma 2 dell’articolo 14). In quanto suscettibile di ricorso, se valutata nell’ottica della sua presunta natura provvedimentale, quindi, dovrebbe essere considerata non definitiva per definizione.

La disposizione, inoltre, è esecutiva, ossia efficace e vincolante, ma è sprovvista di autotutela esecutoria. L’Ispettorato, quindi, non può «imporre coattivamente l’adempimento degli obblighi» cristallizzati nella disposizione (cfr. art. 21ter L. n.241/1990) ma può solo contestare l’illecito che ne consegue.

La disposizione, di conseguenza, non introduce l’obbligo poiché l’Ispettore ne deve accertare l’esistenza e l’inadempimento, e non rende possibile la realizzazione coattiva della condotta obbligatoria.

L’obbligo preesiste alla disposizione, e la sanzione è l’effetto del procedimento sanzionatorio che inizia con la contestazione dell’inottemperanza (non tanto con la disposizione). La lesività, sotto questo profilo, andrebbe ricondotta all’ordinanza-ingiunzione o, al massimo, all’atto di contestazione dell’illecito.

Nella fase successiva alla contestazione dell’inottemperanza alla disposizione, inoltre, si apre il contraddittorio.

Non ci sono ragioni evidenti per escludere che, anche in questa sede – come potrebbe fare in sede di ricorso ex comma 2 dell’articolo 14 –, il direttore dell’Ispettorato possa valutare la correttezza dell’accertamento ispettivo, nell’ottica dell’obbligo originario – quello sprovvisto di sanzione amministrativa – di cui l’Ispettore ha disposto l’ottemperanza.

Questa fase in contraddittorio può terminare con l’archiviazione e, nel caso in cui sia invece emessa l’ordinanza-ingiunzione, è quest’ultima che è suscettibile di impugnazione davanti al giudice ordinario.

C’è un altro argomento della motivazione che convince poco.

La sentenza ritiene che la volontà legislativa di non «derogare ai criteri generali in materia di individuazione del giudice naturale ad offrire tutela contro gli atti degli Ispettori del Lavoro» trovi conferma nella introduzione solo di «forme di previ esperimenti di definizione amministrativa della controversia».

A questo proposito, il Consiglio di Stato cita, oltre al ricorso del comma 2 dell’articolo 14, anche quelli dell’articolo 16 (indirizzato sempre al direttore di sede) e dell’articolo 17 (indirizzato al Comitato per i rapporti di lavoro).

Questi ultimi due ricorsi hanno come oggetto atti di accertamento ispettivo che confluiscono in quello che abbiamo definito procedimento sanzionatorio e che, pertanto, non sono considerati impugnabili dinanzi al giudice amministrativo. Ce ne sarebbero anche altri, come il ricorso avverso la diffida accertativa per crediti patrimoniali di cui all’articolo 12 del D.lgs. n.124/2004.

Non è chiaro quale sia l’argomentazione per cui la previsione dei ricorsi amministrativi implichi nel solo caso della disposizione la natura di potere discrezionale dell’atto impugnabile.

Ultimo, ma non ultimo per importanza, è un argomento letterale che il Consiglio di Stato oblitera radicalmente.

Esiste una terza norma che il giudice amministrativo richiama incidentalmente ma su cui non si sofferma per ragionare.

Si tratta del ‘vecchio’ potere di disposizione, di cui all’articolo 10 del d.P.R. n.520/1955, riferito alle «disposizioni impartite dagli ispettori per l’applicazione di norme obbligatorie per cui sia attribuito all’Ispettorato dalle singole leggi un apprezzamento discrezionale».

Il ‘vecchio’ potere di disposizione ha una disciplina completamente diversa, intanto poiché esso è una “facoltà” dell’Ispettorato che si esercita «ove [ritenuto] opportuno, valutate le circostanze del caso» (così l’articolo 9 del d.P.R. 520/1955).

Inoltre, perché si estrinseca con «disposizioni impartite dagli ispettori del lavoro in materia di prevenzione infortuni […] [oppure con] disposizioni impartite dagli ispettori per l’applicazione di norme obbligatorie per cui sia attribuito all’Ispettorato dalle singole leggi un apprezzamento discrezionale»; e, in quest’ultimo caso, solo «quando siano approvate dal capo dell’ispettorato provinciale competente» (così l’articolo 10).

Non è chi non veda le notevoli differenze nella delineazione del potere.

La medesima formulazione letterale era contenuta nella versione originaria dell’art. 14, che conferiva efficacia “esecutiva” alle disposizioni impartite dal personale ispettivo in materia di lavoro e di legislazione sociale, “nell’ambito dell’applicazione delle norme per cui sia attribuito dalle singole disposizioni di legge un apprezzamento discrezionale”.

L’originario articolo 14 (nel testo antecedente alle modifiche introdotte con il D.l. n.76/2020) era molto simile all’articolo 10 del d.P.R. n. 520, e la disposizione che ne derivava era molto diversa dalla diffida con cui ci siamo confrontati finora.

La somiglianza tra l’articolo 14 del suo testo storico e l’articolo 10 è tale che si potrebbe ragionevolmente sostenere – come, peraltro, alcuni interpreti hanno fatto – che l’entrata in vigore del primo ha abrogato il secondo per incompatibilità (ai sensi dell’articolo 19 del D.lgs. n.124/2004).

Nel caso del potere di disposizione di cui all’art. 10 – che l’INL considera ancora vigente (cfr. circolare n.5/2020) – e di cui al ‘vecchio’ articolo 14, la forza dell’argomento letterale è notevole e le obiezioni mosse con le argomentazioni qui proposte potrebbero essere disattese.

Se si guarda alla prassi, peraltro, la disposizione dell’originario articolo 14 ha trovato scarsissima applicazione perché pochissimo è lo spazio di discrezionalità (amministrativa o tecnica) che la legislazione di settore lascia agli Ispettori del lavoro.

E se escludiamo la prevenzione infortuni e, in generale, la materia della sicurezza del lavoro – che conduce in gran parte a ipotesi di rilevanza penale e per la quale è oggi prevista anche la norma ad hoc dell’articolo 302bis del D.lgs. n.81/2008 – scarsissima applicazione ha trovato anche la disposizione dell’articolo 10 nei casi che sarebbero dovuti confluire nel procedimento di contestazione di un mero illecito amministrativo, come strumento operativo delle ispezioni ordinarie (diverse, per l’appunto, da quelle tecniche svolte in materia di sicurezza).

È del tutto ovvio, allora, che la volontà del legislatore che ha innovato l’articolo 14 è estensiva ed è volta a rimodulare il potere in modo aderente al principio di legalità e in termini tali da escluderne ogni caratterizzazione quale potere discrezionale.

Nella formulazione letterale del ‘nuovo’ articolo 14 D.lgs. n.124/2004, difatti, non c’è alcun riferimento ad “apprezzamenti discrezionali” a “ragioni di opportunità” o “alle circostanza del caso” proprio perché la ‘nuova’ disposizione è stata circoscritta ai casi in cui la norma originaria è dotata di una fattispecie che non consente alcun apprezzamento agli Ispettori (in specie, a quelli ordinari che ne sono i naturali destinatari) per essere disciplinata alla stregua degli altri possibili esiti dell’esercizio del potere di (mero) accertamento tecnico.

Luigi Sposato, Ispettore del lavoro presso l’ITL di Cosenza

*Le opinioni e le valutazioni espresse in questo articolo hanno carattere personale e non impegnano in alcun modo l’Ispettorato Nazionale del Lavoro

Visualizza il documento: Cons. Stato, sez. IIIª, 21 marzo 2024, n. 2778

Scarica il commento in PDF

L'articolo Disposizione dell’Ispettorato del lavoro anche in caso di inosservanza dei contratti collettivi: l’ispettore che dispone “provvede” oppure “accerta”?* sembra essere il primo su Rivista Labor - Pacini Giuridica.