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Sulla responsabilità aggavata a seguito della riforma dell’art. 96 c.p.c.

Si segnala una recente decisione del Tribunale di Napoli Nord, dott. Pizzi, n. 1158/2016, resa in applicazione dell’art. 93, co. 3, cpc.

A seguito della riforma (art. 45, comma 12, L. 18 giugno 2009 n. 69, ha aggiunto un comma 3 all’art. 96 c.p.c.), il Giudice  ha osservato, ai fini della corretta qualificazione dell’istituto, che elemento dirimente della norma in esame è dato dalla estrapolazione dell’istituto considerato dal tradizionale contesto della responsabilità aggravata e, quindi, dell’istanza di parte, con previsione quindi anche della possibilità di una pronuncia di ufficio.

Si va così a configurare,  evidentemente, una vera e propria sanzione processuale dell’abuso del processo, inteso come utilizzazione di esso per finalità non solo diverse, ma in alcun casi perfino pregiudizievoli all’interesse in funzione del quale il diritto è riconosciuto, perpetrato da una delle due parti, sia pure optando per una sorta di privatizzazione del risultato.

Il Giudice afferma a chiare lettere che va recepito il principio secondo cui alla norma deve essere data la natura di punizione di quelle stesse condotte che, pur essendo espressione di un diritto costituzionalmente garantito, quale quello di difesa previsto dall’art. 24 comma 1 Cost., possono essere considerate «ingiuste», cioè contra ius , e tutela in via diretta sia l’interesse pubblico al buon andamento e all’efficienza del servizio della giustizia civile, in applicazione dell’art. 97 comma 1 Cost. e, più in particolare, il principio della ragionevole durata dei processi di cui all’art. 111 comma 2 Cost..

 
La conseguenza alla quale , così,  perviene il Giudice è che il presupposto della applicazione di tale norma non è più rinvenibile nei principi ordinari in materia di danno, posto che la condanna per lite temeraria oggi prescinde dalla esistenza di un danno per la controparte, assumendo essa natura afflittiva più che risarcitoria.