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Lo sfruttamento dei lavoratori dal caporale al datore di lavoro

25 Febbraio 2024|

La disciplina dell’intermediazione illecita e dello sfruttamento del lavoro è stata a più riprese modificata in ragione della crescente attenzione verso le prevaricazioni nel mondo del lavoro da parte di persone collocate in una posizione di preminenza nei confronti di soggetti in posizione subordinata. Dall’introduzione dell’art. 603 bis c.p. con d.l. 138/2011, che limitava l’intervento penale alle sole condotte di intermediazione del caporale, si è giunti, infatti, alla legge 29 ottobre 2016 n. 199, che ha allargato l’attenzione – e di conseguenza l’intervento penale – alla condotta di sfruttamento dei lavoratori posta in essere anche dal datore di lavoro.

Nella vicenda in esame, la Corte d’Appello di Lecce, in riforma della sentenza emessa dal Gip del Tribunale di Brindisi all’esito di rito abbreviato, aveva ritenuto gli imputati colpevoli dei reati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (ex art. 110, art. 603 bis, comma 1, comma 2 nn. 1, 2 e 4 e comma 3 n. 1 e 603 ter c.p.).

Il caso scrutinato trae origine dalla denuncia presentata da una lavoratrice, persona offesa, che lamentava le condizioni di degrado in cui, insieme ad altri lavoratori suoi colleghi, era costretta a prestare attività lavorativa. In particolare, la lavoratrice, nel rappresentare le modalità di reclutamento di manodopera – poste in essere dai due imputati  a favore di un’azienda agricola operante nel settore agroalimentare della quale gli stessi erano dipendenti – denunciava il trasporto pericoloso dei lavoratori – operato dai medesimi imputati – verso il luogo di lavoro a bordo di un furgone da nove posti in cui venivano viceversa  stipate 17/19 persone, la durata di 18/20 ore delle giornate lavorative con previsione di sole due brevi pause e le indebite trattenute sulla retribuzione per il trasporto dei lavoratori (di 9 euro al giorno per ciascun lavoratore). Nonostante la durata dell’attività lavorativa, veniva corrisposta una retribuzione in busta paga in misura inferiore a quella contrattualmente dovuta  ed il lavoro straordinario veniva pagato “fuori busta”, in misura comunque minore rispetto alle ore di lavoro effettivamente prestate. Richieste spiegazioni dalla lavoratrice in ordine a tale modus operandi, uno dei due imputati precisava che quelle erano le condizioni, diversamente si sarebbe interrotto il rapporto di lavoro.

Sulla scorta di tali premesse, la Corte di Appello di Lecce aveva ritenuto responsabili i due imputati, in concorso tra loro, del reato di cui all’art. 603 bis c.p. (co. 1, co. 2 nn. 1, 2 e 4 e co. 3 n. 1) oltre pene accessorie ex art. 603 ter c.p. per aver reclutato manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento e approfittamento dello stato di bisogno dei lavoratori; nonché per aver utilizzato, assunto o impiegato manodopera, anche mediante l’attività di intermediazione, in condizioni di sfruttamento dei lavoratori e approfittamento del loro stato di bisogno.

Avverso la decisione della Corte di Appello di Lecce, gli imputati ricorrevano in Cassazione con separati atti sviluppati in tre diversi motivi dal contenuto sovrapponibile. In entrambi i ricorsi, gli imputati si dolgono del fatto che la Corte di merito non avrebbe in alcun modo tenuto conto della intervenuta modifica dell’art. 603 bis c.p., che nella formulazione ante 2016 puniva unicamente chiunque svolgesse “un’attività organizzata di intermediazione, reclutandone manodopera o organizzandone l’attività lavorativa, caratterizzata da sfruttamento mediante violenza minaccia o intimidazione, approfittando dello stato di bisogno o di necessità dei lavoratori”.

In entrambi i ricorsi, si evidenzia che gli imputati, anch’essi dipendenti dell’azienda agricola, non avevano alcun potere di assumere i braccianti, né dio organizzarne la prestazione, sicchè la minaccia di licenziamento, diversamente da quanto sostenuto nella sentenza della Corte di Appello di Lecce, non poteva in alcun modo ritenersi concreta.

La Corte di Cassazione, IV Sezione Penale, con la sentenza qui annotata n.47400( pronunciata all’udienza del giorno 28 settembre 2023 e pubblicata in data 27 novembre 2023), nel dichiarare i due ricorsi inammissibili, ha ritenuto viceversa logica e puntuale la motivazione fornita dalla Corte d’Appello di Lecce sia in ordine alla continuità tra le due diverse previsioni del 603 bis c.p. ante e post 2016, sia in punto di ritenuta sussistenza dell’ipotesi delittuosa contestata. La sentenza in commento appare particolarmente interessante nella parte in cui affronta la portata delle modifiche apportate alla fattispecie criminosa  di cui all’art. 603 bis c.p.  Nella fattispecie, i fatti oggetto di imputazione si sono verificati tra il luglio 2014 e l’aprile del 2016, così ricadendo sotto la previgente formulazione dell’art. 603 bis c.p., modificato solo a fine ottobre 2016. Tuttavia, a parere dei giudici Ermellini, il rapporto tra la formulazione dell’art. 603 bis c.p. ante 2016 e quella vigente, contrariamente all’assunto difensivo, non avrebbe determinato una modificazione sostanziale della fattispecie, configurandosi viceversa un rapporto di specialità tra le norme, atteso che la nuova formulazione, di contenuto più ampio, consente di ricondurre nell’area dell’illecito penale più condotte rispetto alla previgente formulazione della norma.

Secondo la ricostruzione fornita dalla Corte, il nuovo reato di cui all’art. 603 bis c.p., già dalla peculiare collocazione all’interno del codice penale – Libro II, Titolo XII, Capo III, Sezione I, Dei Delitti contro la personalità individuale – denota il chiaro intento di mettere al centro della fattispecie delittuosa la persona e non più il mero pedissequo rispetto della normativa giuslavoristica (Cass. pen. Sez. V 27 marzo 2014, n. 14591), punendo da un lato chi “recluta manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento,  approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori” e, dall’altro, chi “utilizza, assume o impiega manodopera, anche mediante l’attività di intermediazione, sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittamento del loro stato di bisogno”.

L’art. 603 bis c.p., nella versione previgente, si caratterizzava quindi per essere incentrato unicamente sulla condotta del caporale ed era strutturato su tre elementi, consistenti nello svolgimento di un’attività organizzata di intermediazione nel reclutamento di manodopera o nell’organizzazione del lavoro della stessa in condizioni di sfruttamento, nel ricorso alla violenza, minaccia o intimidazione e nell’approfittamento dello stato di bisogno o di necessità del lavoratore. La fattispecie qui sommariamente tratteggiata, pur certamente opportuna sul piano politico-criminale, è stata tuttavia oggetto di aspre critiche, in quanto è risultata incomprensibile la scelta di incriminare in via immediata il solo caporale/intermediario escludendo viceversa dalle condotte tipiche quelle relative all’utilizzatore finale della manodopera – ovvero il datore di lavoro – il quale poteva unicamente, sussistendone i presupposti, rispondere a titolo di concorso. L’insuccesso applicativo del reato in parola – nonché la scarsa effettività dell’art. 603-bis c.p. – hanno indotto il legislatore a riformulare la fattispecie, prevedendo un alleggerimento sostanziale della tipicità, così da ampliare la sua sfera di operatività e beneficiare di una più agevole praticabilità processuale.

La L. 29 ottobre 2016, n. 199 ha modificato, come spiega nel prosieguo la Corte, l’art. 603-bis c.p. distinguendo l’ipotesi di intermediazione illecita, conosciuto come “caporalato”, configurandolo come delitto di pericolo a dolo specifico, da quella di sfruttamento del lavoro, condotta propria del datore di lavoro, equiparandole sul piano sanzionatorio. Nella vigente formulazione, concorrono a integrare le condotte di reclutamento e di utilizzo, rilevanti penalmente, solo quelle di sfruttamento e l’approfittamento dello stato di bisogno dei lavoratori, indici già presenti nella disposizione previgente, mentre la violenza e la minaccia, che prima entravano nella tipicità del reato, oggi ne costituiscono circostanze aggravanti. Quel che maggiormente rileva, quindi,  non è tanto il mero dato oggettivo della commissione dell’illecito nei confronti di un lavoratore che versi in una condizione di stato di bisogno, bensì la coloritura spiccatamente soggettiva della condotta del soggetto agente che consapevolmente faccia leva sullo stato di bisogno del lavoratore – appunto approfittandone – per indurlo, con dolo specifico, a prestare la propria attività lavorativa in condizioni di sfruttamento presso terzi. La novità più dirompente nell’attuale formulazione dell’art. 603 bis c.p. comma 1, ascritto ad entrambi gli imputati in concorso, attiene all’integrazione della fattispecie espressamente volta a sanzionare – anche – la condotta dell’utilizzatore/datore di lavoro che utilizzi, assuma o impieghi manodopera, sottoponendola a condizioni di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno in cui questa versi. Adottando una formulazione imperniata su tre distinte condotte, il legislatore ha inteso ricomprendere nel perimetro applicativo della fattispecie incriminatrice sia i rapporti lavorativi di fatto, sia quelli di diritto. Ciò in quanto il termine “utilizza” si riferisce (anche) a colui che si avvalga di manodopera senza rivestire formalmente il ruolo di datore di lavoro, ma esercitandone di fatto le funzioni, come i due imputati del caso scrutinato. Dall’istruttoria era infatti emerso che, pur non essendo i due imputati formalmente datori di lavoro della denunciante, la prima si occupava del reclutamento della manodopera e della organizzazione del lavoro, ed il secondo, oltre che del reclutamento,  anche della tenuta di una “contabilità parallela”, nella quale si dava conto delle ore di lavoro effettivamente eseguite dai braccianti agricoli.

Nel tentativo di delineare i contorni del concetto di sfruttamento, tentativo fallito finanche nella formulazione del 2011, il legislatore ha ritenuto di indicare, al comma 2 dell’art. 603 bis c.p., quattro diversi “indici di sfruttamento”, rappresentati: a) dalla corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o territoriali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale o comunque retribuzioni sproporzionate rispetto alla quantità o qualità del lavoro prestato, come intesa dal parametro costituzionale di cui all’art. 36 Cost.; b) dalla reiterata violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria e alle ferie; c) dalla sussistenza di violazioni delle norme in materia di sicurezza e igiene sui luoghi di lavoro; d) dalla sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, a metodi di sorveglianza o a situazioni alloggiative degradanti. Tali indici, aventi natura squisitamente processuale e a cui può essere riconosciuta una mera capacità orientativa, non sono tuttavia vincolanti per il giudice cui competerà la valutazione, alla luce di tutte le circostanze disponibili, della sussistenza o meno delle condizioni di sfruttamento (Cass. pen. Sez. IV 30 novembre 2022 n. 9473; Cass. pen. Sez. IV 11 novembre 2021 n. 7857)

Nel caso scrutinato, la Corte di legittimità ha puntualmente ricostruito, sulla base del complesso impianto probatorio e mediante il richiamo a passaggi della sentenza emessa dal Gip del Tribunale di Brindisi, la sussistenza di quanto previsto al comma 1 dell’art. 603 bis in capo ad entrambi gli imputati. In particolare, l’imputata è stata ritenuta responsabile di un’attività organizzata di intermediazione risultando che, al netto del suo rapporto di dipendenze dell’azienda agricola, la stessa si occupava del reclutamento della manodopera e di tutti gli aspetti connessi all’organizzazione del lavoro ivi compreso il raggruppamento dei lavoratori sfruttati. In aggiunta, viene correttamente valorizzata la condizione di sudditanza materiale e psicologica in cui si trovavano i lavoratori, posti nelle condizioni di scegliere tra l’accettazione di condizioni di lavoro inique e degradanti e la prospettiva del licenziamento con la conseguente perdita della fonte di reddito, pur significativamente ridotta nel suo ammontare.

La Corte ha ritenuto sussistente la fattispecie delittuosa di cui al comma 1 dell’art. 603 bis c.p. anche in capo all’altro imputato, che – certamente in posizione subalterna rispetto all’altra imputata (sua madre), ma in concorso con la stessa – era comunque pienamente coinvolto nel reclutamento della manodopera, nonché nella sua gestione “amministrativa”. Come ricostruito in particolare nella sentenza di primo grado, cui la sentenza d’appello ha rinviato, lo stesso conduceva quotidianamente uno dei furgoni utilizzati per il trasporto dei lavoratori sui campi e nei magazzini della società beneficiaria e teneva la c.d. “contabilità parallela”, ovvero quella che dava conto delle giornate e delle ore di lavoro effettivamente eseguite dai braccianti, che in parte non venivano remunerate ed in parte pagate “fuori busta”. La Corte ha altresì riconosciuto che le condotte poste in essere dai due imputati sono state commesse, in aggiunta, con violenza o minaccia e il ricorrere di tali circostanze ha comportato un aumento di pena in conformità a quanto disposto dal comma 1 dell’art. 603 bis c.p. ultima parte.

La Corte ha ritenuto, al contempo, priva di censure la decisione della Corte di Appello di Lecce in relazione alla sussistenza degli indici di sfruttamento previsti al comma 2 dell’art. 603 bis, in capo ai due imputati, in particolare quanto disciplinato ai numeri 1, 2 e 4. Ha dunque ritenuto provato quanto disposto dal comma 2 n. 1 ovvero la reiterata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o territoriali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale o comunque sproporzionate rispetto al lavoro prestato. Ha altresì ritenuto provato quanto enunciato dal comma 2 n. 2 ovvero la reiterata violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria e alle ferie. Ha infine ritenuto sussistente quanto disposto dal comma 2 al n. 4 ovvero la sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, a metodi di sorveglianza o a situazioni alloggiative degradanti. La Corte ha altresì ritenuto priva di censure la decisione della Corte di Appello di Lecce in ordine alla sussistenza, in capo ai due imputati, di quanto disposto al comma 3 n. 1 in relazione al riconoscimento dell’aggravante specifica, con conseguente aumento di pena da un terzo alla metà, per aver posto in essere la condotta delittuosa nei confronti di un numero di lavoratori reclutati superiore a tre. La Corte ha infine ritenuto priva di censure la decisione della Corte di Appello di Lecce in relazione al capo di imputazione di cui all’art. 603 ter c.p. cui sono stati condannati entrambi gli imputati in concorso. È – difatti – correttamente prevista, in ragione di quanto disposto dall’articolo innanzi citato, l’applicazione, nel caso scrutinato, di pene accessorie aventi ad oggetto l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche o delle imprese nonché il divieto di concludere contratti di appalto, di cottimo fiduciario, di fornitura di opere, di beni o servizi riguardanti la pubblica amministrazione e relativi a subcontratti. La condanna a quanto disposto dall’art. 603 ter c.p. comporta altresì l’esclusione per un periodo di due anni da agevolazioni, finanziamenti contributi o sussidi da parte dello Stato o di altri enti pubblici, nonché dall’Unione Europea, relativi al settore di attività in cui ha avuto luogo.

In conclusione, la norma incriminatrice prescinde dalla veste del soggetto agente, sia esso intermediario che datore di lavoro (di fatto o di diritto), sul presupposto, evidente, della centralità della lotta allo sfruttamento dei lavoratori, che non può tollerare confini di sorta.

Silvia Maglione, avvocato in Milano

Visualizza il documento: Cass. pen., sez. IVª, 27 novembre 2023, n. 47400

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