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By Rivista Labor – Pacini Giuridica · 19 April 2024

Aggiornamenti, Previdenza e sicurezza sociale

Sulla ripetizione di somme da parte dell’ente previdenziale a seguito di riforma della sentenza

La Corte di Cassazione con l’ordinanza in commento (n. 2691 del 29 gennaio 2024) “sollecitata” da un ricorso dell’INPS, tratta la questione delle modalità di recupero delle somme (se al netto o al lordo delle imposte) da parte dell’Ente, per il caso di riforma delle decisioni da cui era sorto il diritto al pagamento.

La sentenza impugnata, nel caso, aveva definito un giudizio promosso dallo stesso INPS dinanzi alla Corte di Appello di Palermo, con la condanna alla restituzione della somma erogata al netto delle ritenute fiscali, in base all’orientamento di legittimità formatosi sulla differente (ma affine) fattispecie della ripetizione di somme da parte del datore di lavoro nei confronti del lavoratore, ritenendolo sostanzialmente applicabile in tutti i rapporti in cui sia coinvolto un sostituto di imposta.

La questione della ripetizione delle somme da parte del datore di lavoro, in effetti,  aveva creato una forte incertezza nei tribunali e nelle corti di appello sin dai primi anni 2000 –  in concomitanza con la stagione dei licenziamenti collettivi nel settore del credito, nel caso di sentenze di condanna alla reintegrazione successivamente riformate – perdurata fino al consolidamento del citato  orientamento di legittimità.

A tal fine può quindi risultare utile esaminare, brevemente,  gli argomenti utilizzati nei precedenti richiamati dalla sentenza in commento.

Di particolare interesse risulta Cass. 25 luglio 2018 n.19735  (la più risalente nel tempo tra quelle citate) che ha avuto il merito di affermare l’applicabilità, al caso della ripetizione di somme da parte del datore di lavoro, dell’art. 38 del  D.P.R. n. 602 del 1973  secondo cui “in tema di versamenti fiscali,  il soggetto che ha effettuato il versamento diretto può presentare (…) istanza di rimborso (…) nel caso di errore materiale, duplicazione ed inesistenza totale o parziale dell’obbligo di versamento. L’istanza di cui al primo comma può essere presentata anche dal percipiente delle somme assoggettate a ritenuta entro il termine di decadenza di quarantotto mesi dalla data in cui la ritenuta è stata operata”.

Ha, quindi, assimilato il caso della restituzione a seguito di riforma o annullamento all’ipotesi della inesistenza totale o parziale dell’obbligo di versamento “posto che l’obbligo fiscale sorto da una sentenza (immediatamente esecutiva) poi riformata, secondo una fisiologica dinamica processuale, è venuto meno con effetto ex tunc (ex aliis, Cass. n. 6072/12, Cass. n. 8829/07) per effetto della parziale riforma in appello (…) sicché correttamente deve ritenersi versarsi nell’ipotesi di inesistenza dell’obbligo di versamento o di errore. (…)  Ne consegue che, in tale evenienza, il datore di lavoro, salvi i rapporti col fisco, può ripetere l’ indebito nei confronti del lavoratore nei limiti di quanto effettivamente percepito da quest’ultimo, restando esclusa la possibilità di ripetere importi al lordo di ritenute fiscali mai entrate nella sfera patrimoniale del dipendente.”

Ebbene, nel rigettare il ricorso proposto dall’INPS la sentenza in commento compie un passo interpretativo ulteriore, partendo da questa ricostruzione.

Con l’unico motivo di ricorso, l’INPS si era è limitata a sostenere che la fattispecie della restituzione di somme versate da parte di un ente previdenziale in esecuzione di una sentenza successivamente riformata o cassata,  non potesse essere assimilata a quella della restituzione in favore del datore di lavoro privato: ciò in ragione delle peculiarità del rapporto previdenziale pubblico “perché ciò equivarrebbe a porre a carico dell’amministrazione i costi relativi alle operazioni necessarie al ripristino del patrimonio, con violazione del principio di salvaguardia dei conti pubblici tutelato dall’art. 81 Cost. e del principio di buona amministrazione di cui all’art. 97 Cost.”.

Per disattendere tale censura la sentenza afferma, quanto alla disciplina “fiscale” delle restituzioni, la piena assimilabilità del caso in cui l’accipiens sia il datore di lavoro a quello in cui,  invece, sia un ente previdenziale, non essendovi “ostacoli per l’applicazione del principio sopra esposto alla materia previdenziale”.

Con specifico riferimento alla natura del rapporto previdenziale pubblico, inoltre, evidenzia che il relativo principio era già stato applicato da Cass.  15 settembre 2023 n. 26654 al caso del regresso da parte dell’Inail.

Ciò in ragione del fatto che l’azione di regresso dell’INAIL nei confronti del datore di lavoro, incontra il limite dell’ammontare del risarcimento dei danni patrimoniali che sarebbero dovuti dal responsabile al lavoratore infortunato, essendo il risarcimento commisurato al reddito netto, cioè all’ammontare in denaro effettivamente percepito dal lavoratore medesimo, concludendo che “l’applicazione all’INPS del medesimo principio non crea problemi peculiari, ed anzi realizza un equo contemporaneamente tra le opposte esigenze, perché il lavoratore restituisce solo ciò che effettivamente ha avuto e il creditore può sempre richiedere al fisco la restituzione di quanto ha pagato.”

Francesco Rondina, avvocato in Roma

Visualizza il documento: Cass., ordinanza 29 gennaio 2024, n. 2691

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