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By Rivista Labor – Pacini Giuridica · 16 April 2024

Aggiornamenti, Licenziamenti

Sulla proporzionalità della sanzione disciplinare espulsiva rispetto all’illecito disciplinare contestato

Con sentenza n. 8956 del 4 aprile 2024, che qui si segnala, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha affermato che l’assenza dal servizio priva di valida giustificazione rilevante ai fini dell’art. 55-quater, lett. b, del d.lgs. n. 165 del 2001 presuppone che il lavoratore non si sia presentato al lavoro e abbia omesso di rendere la prestazione lavorativa in un giorno in cui avrebbe dovuto farlo e, dunque, non può sussistere nel caso in cui si tratti di un giorno festivo, in cui il lavoratore non aveva l’obbligo di recarsi al lavoro, a prescindere dalla mancanza di una valida giustificazione per l’assenza dal servizio nelle giornate immediatamente precedenti e successive al giorno festivo.

L’art. 55-quater lett. b, del d.lgs. n. 165 del 2001, prevede che, ferma la disciplina in tema di licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo e salve ulteriori ipotesi previste dal contratto collettivo, si applica comunque la sanzione disciplinare del licenziamento, tra l’altro, nel caso di assenza priva di valida giustificazione per un numero di giorni, anche non continuativi, superiore a tre nell’arco di un biennio o comunque per più di sette giorni nel corso degli ultimi dieci anni ovvero mancata ripresa del servizio , in caso di assenza ingiustificata, entro il termine fissato dall’amministrazione: in tema di assenza oltre i tre giorni nel biennio,  la giurisprudenza(Cass.  19 settembre 2016 n. 18326), a fronte del testuale automatismo espulsivo dell’art. 55- quater, ha valorizzato, la doverosa valutazione, da parte del datore-P.A. e poi, eventualmente, del giudice, oltre che dell’elemento oggettivo, anche di quello soggettivo, che potrebbe tradursi in una scriminante per eventuale assenza dell’elemento intenzionale o colposo(con onere della prova in capo al lavoratore), comportante la inesigibilità della prestazione e, dunque, la non comminabilità della sanzione.

Riepiloghiamo brevemente  i fatti di causa.

Una insegnante di scuola primaria, dipendente del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca presso un Istituto comprensivo, venne licenziata, con preavviso di quattro mesi, all’esito di un procedimento disciplinare nel quale le era stata contestata l’assenza ingiustificata dal servizio per quattro giorni nell’arco di un quadrimestre e quindi, per un numero di giorni, anche non continuativi, superiore a tre nell’arco di un biennio, secondo quanto previsto dall’art. 55-quater, lett. b, del d.lgs. n. 165 del 2001.

La lavoratrice in questione impugnò, pertanto, il licenziamento davanti al Tribunale di Firenze, in funzione di giudice del lavoro, negando l’addebito con riferimento a tre giornate di assenza e, comunque, la proporzionalità della sanzione terminativa applicata rispetto alla gravità dell’illecito disciplinare contestato.

Instauratosi il contradditorio, il Tribunale respinse la domanda della lavoratrice, la quale si rivolse quindi alla Corte d’Appello di Firenze, che respinse, a sua volta, l’impugnazione, confermando la sentenza di primo grado.

Contro la sentenza della Corte d’Appello, la lavoratrice ha proposto, successivamente, ricorso per cassazione, sostenendo la non sussistenza dell’assenza ingiustificata con riferimento a tre dei quattro giorni indicati nel provvedimento sanzionatorio, e che la sanzione disciplinare del licenziamento non può essere comminata, in modo automatico, in base alla semplice corrispondenza tra fattispecie astratta e fattispecie, ma richiede sempre un giudizio di proporzionalità in concreto, giudizio in concreto non svolto, di fatto, nel caso di specie, dalla Corte d’Appello.

Con la sentenza, di cui si accennava all’inizio del nostro contributo, il ricorso in questione è stato accolto, per le ragioni che andiamo, succintamente, ad esporre.

Ai fini della rilevanza disciplinare, rimarcano i giudici di legittimità con la pronuncia in esame, l’assenza ingiustificata dal servizio presuppone necessariamente che il lavoratore abbia omesso di recarsi sul luogo di lavoro e prestare servizio in un giorno in cui avrebbe dovuto farlo ed era atteso dal datore di lavoro per ricevere la sua prestazione lavorativa e non in un giorno in cui non avrebbe dovuto, e neanche potuto, recarsi al lavoro ed eseguire la sua prestazione: nel caso di specie, era stata contestata, come giorno di assenza, anche una domenica, ovverosia un giorno in cui il servizio scolastico non viene prestato e la dipendente non avrebbe dovuto, né potuto, recarsi al lavoro: l’errata contestazione, con riferimento anche ad uno solo dei quattro giorni menzionati nel provvedimento disciplinare di licenziamento, è sufficiente, ad avviso della Cassazione, per determinarne l’illegittimità; dalla giusta considerazione che, in caso di continuazione di malattia, il nuovo certificato medico deve essere chiesto dal lavoratore nel primo giorno successivo a quello di scadenza del primo certificato, anche se si tratta di un giorno festivo, la Corte territoriale aveva, soggiungono gli Ermellini, tratto l’errata conseguenza che anche la domenica potesse essere contestata, sul piano disciplinare, come giorno di assenza ingiustificata dal servizio.

Il Collegio ci ricorda, nella pronuncia che si annota, che il giudizio espresso sulla gravità dell’infrazione ai fini della sussunzione nelle ipotesi legali di giusta causa o giustificato motivo, in quanto fondato su norme di legge che si limitano ad indicare un parametro generale di contenuto elastico, presuppone un’attività di interpretazione giuridica delle norme stesse, attraverso la quale si dà concretezza alla parte mobile delle disposizioni per adeguarle ad un determinato contesto storico-sociale.

I giudici di legittimità ci ricordano, inoltre, che, in tema di illeciti disciplinari del personale scolastico, il giudice del merito è tenuto comunque a formulare un giudizio valoriale di gravità delle condotte addebitate al docente e di proporzionalità della sanzione espulsiva, operando un giudizio di sussunzione della condotta in fatto ricostruita nell’ambito dell’uno o degli altri illeciti disciplinari sia in caso di previsioni di fonte legale che correlano le sanzioni a condotte in parte assimilabili tra loro, salvo l’elemento della maggiore o minore gravità, sia in caso di previsione di condotte non conformi ai doveri specifici inerenti alla funzione , e che quindi denotino l’incompatibilità a svolgere i compiti del proprio ufficio nell’esplicazione del rapporto educativo(Cass. n. 30955/2022).

La Cassazione, con la sentenza de qua, con riferimento al motivo di ricorso, del quale si è accennato, con il quale la ricorrente evidenziava che la sanzione disciplinare del licenziamento non può essere comminata in modo automatico in base alla semplice corrispondenza tra fattispecie astratta e fattispecie concreta, ma richiede sempre un giudizio di proporzionalità in concreto, ha, infine, ribadito che, per il licenziamento tanto più per giusta causa, la valutazione sulla gravità dell’inadempimento e sulla proporzionalità della sanzione rispetto all’addebito contestato deve essere espressa tenendo conto, da un lato, dei profili oggettivi e soggettivi della condotta, dall’altro delle caratteristiche proprie del rapporto in relazione al quale va valutata la possibilità o meno della prosecuzione (Cass. n. 10236/2023; orientamento consolidato).

Dionisio Serra, cultore di diritto del lavoro nell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”

Visualizza il documento: Cass., 4 aprile 2024, n. 8956

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