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By Rivista Labor – Pacini Giuridica · 28 May 2024

Aggiornamenti, Contratto di lavoro

La sezione lavoro della Cassazione ha rimesso al suo Primo Presidente la questione della decorrenza della prescrizione dell’azione prevista dall’art. 13 della legge n. 1338/1962

emessa

A mente dell’art. 2116 cod. civ., “Le prestazioni indicate nell’articolo 2114 sono dovute al prestatore di lavoro, anche quando l’imprenditore non ha versato regolarmente i contributi dovuti alle istituzioni di previdenza e di assistenza, salvo diverse disposizioni delle leggi speciali.

Nei casi in cui, secondo tali disposizioni, le istituzioni di previdenza e di assistenza, per mancata o irregolare contribuzione, non sono tenute a corrispondere in tutto o in parte le prestazioni dovute, l’imprenditore è responsabile del danno che ne deriva al prestatore di lavoro.”

L’art. 27 del RDL n. 636/1939 (convertito in legge n. 1272/1939) dispone che “Il requisito di contribuzione stabilito per il diritto alle prestazioni di vecchiaia, invalidità e superstiti, si intende verificato anche quando i contributi non siano effettivamente versati, ma risultino dovuti nei limiti della prescrizione decennale (ora quinquennale, ai sensi della legge n. 335/1995, salvo espressa deroga, n.d.r.). Il rapporto di lavoro deve risultare da documenti o prove certe. I periodi non coperti da contribuzione di cui al comma precedente sono considerati utili anche ai fini della determinazione della misura delle pensioni.”

Parliamo del c.d. principio di automaticità delle prestazioni a favore del lavoratore, a sua volta diretta espressione del principio di solidarietà sociale, e la cui ratio consiste all’evidenza nel consentire al lavoratore, qualora ne ricorrano i presupposti, di eliminare, attraverso la costituzione della rendita vitalizia, il pregiudizio pensionistico conseguente all’omesso versamento dei contributi dovuti (v. Cass. n. 2164/2021).

Infine, ai sensi dell’art. 13 della legge n. 1338/1962 (disposizioni per il miglioramento dei trattamenti di pensione dell’assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti) “Ferme restando le disposizioni penali, il datore di lavoro che abbia omesso di versare contributi per l’assicurazione obbligatoria invalidità, vecchiaia e superstiti e che non possa più versarli per sopravvenuta prescrizione ai sensi dell’articolo 55 del regio decreto-legge 4 ottobre 1935, n. 1827, può chiedere all’Istituto nazionale della previdenza sociale di costituire, nei casi previsti dal successivo quarto comma, una rendita vitalizia riversibile pari alla pensione o quota di pensione adeguata dell’assicurazione obbligatoria, che spetterebbe al lavoratore dipendente in relazione ai contributi omessi.

(…….)

Il lavoratore, quando non possa ottenere dal datore di lavoro la costituzione della rendita a norma del presente articolo, può egli stesso sostituirsi al datore di lavoro, salvo il diritto al risarcimento del danno, a condizione che fornisca all’Istituto nazionale della previdenza sociale le prove del rapporto di lavoro e della retribuzione indicate nel comma precedente. 

Per la costituzione della rendita il datore di lavoro, ovvero il lavoratore allorché si verifichi l’ipotesi prevista al quarto comma, deve versare all’Istituto nazionale della previdenza sociale la riserva matematica calcolata in base alle tariffe che saranno all’uopo determinate e variate, quando occorra, con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, sentito il Consiglio di amministrazione dell’Istituto nazionale della previdenza sociale.”

Sul punto, con la sentenza n. 568/1989, la Corte costituzionale ha com’è noto dichiarato la illegittimità costituzionale dell’art. 13, co. 4 e 5, nella parte in cui, salva la necessità della prova scritta sulla esistenza del rapporto di lavoro da fornirsi dal lavoratore, non consente di provare altrimenti la durata del rapporto stesso e l’ammontare della retribuzione.

Con la circolare n. 78/2019 l’Inps ha riepilogato i principi inderogabili della disciplina della costituzione di rendita vitalizia di che trattasi, sia fornendo alcuni chiarimenti in merito alle regole in vigore, sia individuando i comportamenti di cautela da adottare nell’istruttoria delle relative istanze.

Con l’ordinanza n. 26248/2023 la Corte di cassazione, decidendo in una controversia nella quale, nel corso del rapporto di lavoro, il datore di lavoro abbia omesso di versare i contributi per oltre un anno e tali omissioni non siano più sanabili per intervenuta prescrizione, ha chiarito che il lavoratore non può agire contro l’ente previdenziale al fine di ottenere la regolarizzazione della propria posizione contributiva, atteso che il nostro ordinamento non prevede un’azione dell’assicurato (il lavoratore) diretta a condannare l’ente previdenziale (l’Inps) alla “regolarizzazione” della sua posizione contributiva. Tale azione non è prevista neppure nell’ipotesi in cui l’ente, edotto dell’inadempimento contributivo prima della decorrenza del termine di prescrizione, non si sia tempestivamente attivato per l’adempimento nei confronti del datore di lavoro. Il lavoratore gode unicamente del rimedio risarcitorio ex art. 2116 cod. civ. e art. 13 della legge n. 1338/1862.

Su questo non secondario tema, è recentemente intervenuta la sezione lavoro della Suprema Corte che, con l’ordinanza interlocutoria n. 13229 del 14 maggio 2024, ha rimesso la questione al Primo presidenze per l’eventuale assegnazione alle sezioni unite.

Il fatto

La Corte d’appello di Perugia, in riforma della pronuncia di prime cure, aveva autorizzato un lavoratore a versare all’Inps la somma corrispondente alla riserva matematica utile alla costituzione della rendita vitalizia pari alla prestazione pensionistica cui avrebbe avuto diritto in assenza delle omissioni contributive verificatesi in suo danno, durante il quale aveva prestato attività lavorativa alle dipendenze di una cooperativa senza che il datore di lavoro avesse versato integralmente i contributi dovuti, condannando l’Inps, in esito al versamento, a costituire la relativa rendita.

Più nello specifico la Corte territoriale, pur reputando infondata la tesi dell’assicurato secondo cui il diritto alla costituzione della rendita vitalizia non sarebbe soggetto a prescrizione (nemmeno quando –come nella specie– l’azione sia stata proposta dal lavoratore in luogo del datore di lavoro impossibilitato a provvedervi), ha nondimeno ritenuto che, in tal caso, la decorrenza della prescrizione andava fissata con riguardo al momento in cui il lavoratore ha avuto notizia di tale impossibilità, di talché, non avendo l’Inps addotto e provato nulla al riguardo, l’eccezione di prescrizione doveva reputarsi infondata.

Avverso tale pronuncia l’Istituto ha proposto ricorso per cassazione, deducendo un motivo di censura, consistente nella violazione e falsa applicazione dell’art. 13 della legge n. 1338/1962, per avere la Corte di merito ritenuto che, ai fini della decorrenza della prescrizione del diritto del lavoratore di costituire a proprie spese la rendita vitalizia, rilevasse la conoscenza dell’impossibilità della costituzione della medesima a carico del datore di  lavoro e non il mero fatto obiettivo del decorso del tempo dall’omissione contributiva, che nella specie doveva portare a ritenere prescritta l’azione proposta.

Nel giudizio il lavoratore ha proposto ricorso incidentale condizionato, affidato a quattro motivi.

L’ordinanza interlocutoria 14 maggio 2024, n. 13229

L’ordinanza in esame rileva preliminarmente che, nell’interpretare la norma di legge che interessa, la meno recente giurisprudenza di legittimità si era pressoché univocamente attestata nel ritenere che l’art. 13 della legge n. 1338/1962 riconosca la facoltà di regolarizzare senza limiti temporali la posizione assicurativa per i periodi per i quali sia intervenuta la prescrizione dei contributi (cfr., ex multis, Cass. n. 1304/1971; n. 1374/1974; n. 1298/1978; n. 5487/1983).

Con sentenza n. 6361/1984 è stato poi affermato come “conforme a diritto” che l’azione di cui al citato art. 13 non sarebbe imprescrittibile, ma soggetta al termine prescrizionale di cui all’art. 2946 cod. civ., il quale, in conformità al disposto del successivo art. 2935, decorrerebbe dal compimento della prescrizione dei contributi non versati dal datore di lavoro.

Orbene, nonostante l’orientamento più risalente fosse stato successivamente ribadito da Cass. n. 170/1985 (secondo la quale l’azione volta alla costituzione della rendita vitalizia può essere proposta senza alcuna limitazione temporale), Cass. n. 9270/1987 e poi Cass. n. 10945/1998, n. 14680/1999 e n. 3756/2003 hanno ritenuto di dare continuità all’orientamento inaugurato dalla decisione n. 6361/1984, sul presupposto che già dal momento della prescrizione dei contributi il lavoratore potrebbe pretendere che il datore di lavoro emendi subito, con la costituzione della rendita vitalizia, il danno potenziale conseguente all’omissione contributiva, tali conclusioni sono state recisamente contestate da Cass. n. 7853/2003, la quale (muovendo da una distinzione di carattere generale sulla prescrittibilità delle facoltà giuridiche e dei cosiddetti diritti potestativi a seconda che incidano su situazioni precorse o debbano operare solo pro futuro) ha all’opposto ritenuto che la facoltà di costituire una rendita vitalizia non sarebbe soggetta a prescrizione alcuna, escludendo, sulla scorta del testuale disposto dell’art. 13 in esame che possiedano all’uopo rilevanza il momento della prescrizione dei contributi oppure quello in cui sarebbe maturato il diritto alla pensione o ancora quello in cui l’assicurato, in base ai contributi già versati, abbia conseguito la pensione.

Nonostante detta decisione avesse ribadito il meno recente orientamento di legittimità, la di poco successiva sentenza n. 13836/2003 è tornata ad affermare il diverso principio secondo cui l’azione in questione sarebbe assoggettata a prescrizione, peraltro richiamando a proprio sostegno Cass. n. 14680/1999 e n. 3756/2003 (senza esplicitamente confrontarsi con le argomentazioni di Cass. n. 7853/2003).

L’orientamento favorevole alla prescrittibilità dell’azione ex art. 13 della legge n. 1338/1962 è stato poi successivamente fatto proprio prima da Cass. n. 12213/2004 e poi da Cass. n. 983/2016; sul punto, la decisione resa a sezione unite n. 840/2005, specificamente investita del contrasto di giurisprudenza in ordine alla prescrittibilità dell’azione de qua, ha reputato precluso l’esame della questione, in ragione dell’accoglimento di un’altra censura ad essa preliminare.

Infine, con la sentenza n. 21302/2017, resa a sezioni unite, la Suprema corte, decidendo anche il merito della questione, ha accolto le censure proposte da un datore di lavoro pubblico, adesivamente richiamando i principi di diritto già affermati nelle (citate) decisioni n. 3756/2003, n. 12213/2004 e n. 983/2016 e affermando che il diritto del lavoratore alla costituzione, a spese del datore di lavoro, della rendita vitalizia di cui trattasi, per effetto del mancato versamento da parte di quest’ultimo dei contributi previdenziali, è soggetto al termine ordinario di prescrizione, decorrente dalla data di prescrizione del credito contributivo dell’Inps, senza che rilevi la conoscenza o meno, da parte del lavoratore, della omissione contributiva.

Orbene, nonostante possa ormai considerarsi assurto a diritto vivente il principio secondo cui esigenze di certezza del diritto imporrebbero di ritenere che il lavoratore possa esercitare il diritto potestativo a vedersi costituire la rendita di cui all’art. 13 della legge n. 1338/1962 entro il termine ordinario decennale di prescrizione decorrente dalla maturazione della prescrizione del diritto al recupero dei contributi da parte dell’Inps (così come da sezioni unite n. 21302/2017 e sez. lav. n. 18661/2020), nell’ordinanza interlocutoria in commento il collegio è dell’avviso che una tale conclusione (che di per sé importerebbe l’accoglimento del ricorso principale e la cassazione della sentenza impugnata), possa essere suscettibile di rimeditazione.

Sul punto, la recente decisone n. 31337/2022, sulla scorta dei sottesi lavori preparatori, ha rimarcato che lo scopo della norma in esame consiste nell’attuare un congegno di regolarizzazione contributiva che consente di valorizzare, ai fini del trattamento pensionistico, quei periodi contributivi per i quali si siano verificate omissioni contributive non sanabili per effetto di prescrizione e che, proprio per ciò, deve considerarsi strettamente collegata alla previsione di cui all’art. 2116, co. 2, cod. civ., a norma del quale, come detto, nei casi in cui le istituzioni di previdenza e di assistenza, per mancata o irregolare contribuzione, non sono tenute a corrispondere in tutto o in parte le prestazioni dovute, l’imprenditore è responsabile del danno che ne deriva al prestatore di lavoro, costituendo una forma di reintegrazione in forma specifica del danno derivante dall’omessa contribuzione (cfr., nel medesimo senso, già Cass. n. 6088/1981, n. 6517/1986, n. 5825/1995, n. 14680/1999, n. 22751/2004 e n. 2630/2014).

In ragione di ciò è stato quindi escluso che l’azione proposta dal lavoratore ai sensi dell’art. 13, co. 5, della legge n. 1338/1962, sia assoggettabile alla decadenza triennale di cui all’art. 47 del d.P.R. n. 639/1970 (così Cass. n. 32500/2021), o necessiti della previa proposizione di una domanda amministrativa (cfr. Cass. n. 31337/2022), trattandosi di azione che non ha ad oggetto una prestazione previdenziale, ma si propone piuttosto di rimediare alla decurtazione pensionistica conseguente all’omesso versamento dei contributi dovuti.

Tra l’altro sotto quest’ultimo profilo la dottrina ha evidenziato che l’art. 13 della legge n. 1338/1962 rappresenta una norma di favore per il datore di lavoro, dal momento che il versamento del solo importo necessario per la costituzione della riserva matematica gli permette di risarcire in forma specifica il danno cagionato al lavoratore dall’omissione contributiva che sarebbe altrimenti pari all’importo di tutti i ratei pensionistici perduti in conseguenza dell’omissione medesima e, inevitabilmente, darebbe luogo a dissidi di non facile soluzione circa le modalità della sua liquidazione.

L’ordinanza in commento pone in evidenza che, sotto diverso ma concorrente profilo, altra dottrina ha messo in chiaro che, una volta che la riserva matematica sia stata versata dal datore di lavoro o dal lavoratore, la costituzione della rendita vitalizia non comporta alcun onere economico per l’Inps, essendo congegnate le tariffe di cui al D.M. 19.2.1981 (emanato in attuazione dell’ultimo comma dell’art. 13 in esame) in modo tale che la riserva matematica copra interamente l’onere assunto dall’assicurazione generale obbligatoria dal momento in cui è riferito il calcolo in poi.

Una volta così ricostruito l’impianto normativo, per l’ordinanza interlocutoria sembra evidente che un problema di prescrizione dell’azione volta alla costituzione della rendita vitalizia si pone nei rapporti tra lavoratore e datore di lavoro, precisamente allorché il lavoratore chieda in giudizio (in contraddittorio necessario con l’Inps, come da sezioni unite n. 3678/2009) che il datore di lavoro venga condannato a versare la riserva matematica utile alla costituzione della rendita.

In tal caso, infatti, a venire in rilievo è la responsabilità che l’art. 2116, co. 2, cod. civ. prevede in capo al datore di lavoro allorché, “per mancata o irregolare contribuzione”, le istituzioni di previdenza e assistenza non siano tenute “a corrispondere in tutto o in parte le prestazioni dovute” al lavoratore assicurato, la quale è sottoposta a prescrizione ordinaria decennale (cfr. per tutte Cass. n. 13997/2007).

Per contro, seri dubbi si pongono però quanto meno in ordine alla decorrenza della prescrizione nei rapporti tra l’ente previdenziale e il datore di lavoro che intenda avvalersi del meccanismo di cui all’art. 13 della legge n. 1338/1962 per rimediare in forma specifica al danno cagionato al lavoratore e tra l’ente previdenziale e il lavoratore che intenda sostituirsi al datore di lavoro nel versamento della riserva matematica, essendo l’ente mero destinatario di un pagamento che, come detto, è destinato a coprire interamente l’onere assunto dall’assicurazione generale obbligatoria dal momento in cui è riferito il calcolo in poi.

Del resto, in tal senso depongono anzitutto le modalità di calcolo della riserva matematica, che (per come disciplinate dal D.M. 19.2.1981 e dal successivo D.M. 31.8.2007) hanno riguardo non solo al rendimento che la contribuzione regolarmente versata avrebbe avuto, ma anche alla speranza di vita del beneficiario della rendita e dei superstiti aventi diritto alla sua reversibilità, all’evidente scopo di scongiurare il pericolo di una socializzazione dei costi dell’inadempimento dell’obbligo contributivo. Non in modo diverso deve dirsi con riguardo ai periodi per i quali la relativa quota di pensione andrebbe calcolata con il sistema contributivo, atteso che il corrispondente onere è determinato (ex art. 4, co. 1, del d.lgs. n. 184/1997) in modo analogo alla determinazione dell’onere per il riscatto dei periodi di studio.

Sul punto l’ordinanza in commento pone in evidenza che la ratio che ispirò l’introduzione dell’art. 13 della legge n. 1338/1962 risiede nell’intento di scongiurare il rischio di rendere potenzialmente definitivo il danno inferto al lavoratore dall’omissione contributiva, laddove (come a suo tempo evidenziato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 568/1989) la norma di che trattasi è chiamata ad assicurare “un trattamento di favore ai lavoratori i quali, per effetto del mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro e della impossibilità del loro tardivo pagamento per intervenuta prescrizione, siano stati privati della pensione”, manifestando la sua precipua utilità proprio “nei casi in cui le omissioni contributive vengono fatte risalire a periodi assai lontani nel tempo, che […] possono attingere, ed anche oltrepassare, mezzo secolo, e vengono denunciate a distanza di molti anni nei confronti di datori di lavoro deceduti o di ditte scomparse” (v., in motivazione, Corte cost. n. 26/1984).

Escludendo quindi la tesi della imprescrittibilità nei confronti dell’ente previdenziale dell’azione volta alla costituzione della rendita vitalizia, le ragioni testuali, logiche e finalistiche (come in precedenza sono evidenziate) nell’interpretazione dell’art. 13 della legge n. 1338/1962, militerebbero quanto meno per ancorare la decorrenza della prescrizione in danno del lavoratore non già alla data di prescrizione dei contributi (rectius, alla data di prescrizione della facoltà del datore di lavoro di versare la riserva matematica, a sua volta decorrente da quella di prescrizione dei contributi), ma alla stessa data in cui matura il danno di cui all’art. 2116, co. 2, cod. civ., ossia al momento in cui, verificatosi l’evento protetto, l’ente previdenziale non è tenuto al pagamento della prestazione pensionistica in conseguenza dell’omissione contributiva.

In conclusione, l’ordinanza in commento, seppur rilevi che le affermazioni rese dalle sezioni unite n. 21302/2017 siano state rese in una fattispecie in cui l’eccezione di prescrizione dell’azione ex art. 13 della legge n. 1338/1962 era stata sollevata dal datore di lavoro (e non, come nella specie, dall’Inps) e dunque non appaiano stricto sensu vincolanti ai fini di cui all’art. 374, co. 3, c.p.c., esprime l’avviso che la natura intrinsecamente di massima di particolare importanza della questione amplius esposta e il contrasto più volte occorso nella giurisprudenza di legittimità circa l’interpretazione del citato art. 13, impongano di rimettere la causa alla Prima Presidente per l’eventuale assegnazione alle sezioni unite.

Luigi Pelliccia, avvocato in Siena e professore a contratto di diritto della sicurezza sociale nell’Università degli Studi di Siena

Visualizza il documento: Cass. ordinanaza interlocutoria 14 maggio 2024, n. 13229

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