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By Rivista Labor – Pacini Giuridica · 30 March 2024

Aggiornamenti, Contratto di lavoro, Processo del lavoro e fallimento

I giudici di Piazza Cavour tornano su alcune annose questioni civilistiche, tra cui l’efficacia non interruttiva della prescrizione con riferimento alla mera diffida

Nell’ordinanza in esame (Cass., 4 gennaio 2024, n. 279), che ivi si segnala, la Suprema Corte affronta, tra gli altri, anche i temi squisitamente civilistici della prescrizione del credito e dell’idoneità degli atti interruttivi, occasionando tale pronuncia da una controversia in materia di lavoro.

L’ordinanza di cui si discute appare davvero piena di spunti interessanti, tra cui pure la questione del criterio della “ragione più liquida”, sancito dalle Sezioni Unite già nel 2014, per cui il giudice può decidere la causa in base alla questione assorbente e più agevole da risolvere, senza analizzare le altre questioni logicamente sovraordinate, per ragioni di economia e di celerità.

Ebbene, gli Ermellini hanno rigettato il ricorso del lavoratore, pur compensando integralmente le spese di giudizio. Ma ripercorriamo rapidamente i fatti di causa.

Il giudice di prime cure aveva rigettato la domanda spiegata dal lavoratore, con ricorso datato 13 maggio 2019, in merito al versamento delle differenze retributive e del trattamento di fine rapporto: egli asseriva, infatti, di essere stato remunerato in misura inferiore ai minimi previsti dal CCNL Logistica Trasporto Merci e Spedizioni applicato. Lo stesso lavoratore aveva, quindi, appellato la sentenza di primo grado, ma la Corte d’Appello di Torino aveva confermato l’arresto precedente. Il lavoratore ricorreva, infine, ai giudici di Piazza Cavour, mentre l’intimata non svolgeva alcuna attività difensiva. Nonostante ciò, la Suprema Corte, nell’ordinanza che ivi si esamina, afferma che il credito del lavoratore è incorso in prescrizione quinquennale: la lettera del lavoratore alla cooperativa datrice, datata 6 giugno 2014, riguardava di fatto solo l’impugnazione del licenziamento, null’altro.

Con la dichiarazione di infondatezza del ricorso per Cassazione, gli Ermellini affrontano un tema, prettamente civilistico. Vediamo quale.

Il lavoratore lamentava pure che la Corte d’appello non avesse sufficientemente:

– esaminato le prove documentali versate in atti attestanti l’intervenuta interruzione del decorso del termine prescrizionale;

– tenuto in debito conto la riserva contenuta nell’atto di citazione di agire per il risarcimento di danni diversi e ulteriori rispetto a quelli effettivamente lamentati;

– considerato la data di deposito del ricorso introduttivo del giudizio presso la cancelleria del foro adito, quale atto interruttivo della prescrizione.

Ebbene, come detto, nel caso in esame, la lettera del lavoratore alla cooperativa datrice riguardava di fatto solo l’impugnazione del licenziamento, null’altro. Gli Ermellini hanno dunque ritenuto del tutto insufficiente detta missiva.

Non solo. Per i giudici di legittimità, la riserva -del tutto generica ed ipotetica- contenuta nell’atto di ricorso, non può essere equiparata alla messa in mora stragiudiziale, quale pretesa ed intimazione o richiesta scritta di adempimento del creditore verso il debitore ai sensi dell’art. 2943 c.c.

Come noto, la messa in mora deve, infatti, per avere efficacia interruttiva, contenere una serie di elementi imprescindibili (indicazione del fatto che ha dato origine alla pretesa del creditore; indicazione esatta della prestazione inadempiuta, termine entro cui si chiede l’adempimento; l’avvertimento che, in difetto di adempimento, si procederà per le vie legali).

A tacere poi del fatto che, in alcuni casi (come anche quello delle azioni costitutive), la prescrizione del diritto può essere utilmente interrotta soltanto dalla proposizione della domanda giudiziale e non anche mediante atti di mera costituzione in mora.

Peraltro, sotto altro profilo, la diffida ad adempiere, produce l’effetto tipico quando il debitore ne viene “legalmente” (non necessariamente, di fatto) a conoscenza. In ambito giuslavoristico, il debitore ha conoscenza dell’atto giudiziale solo con la notifica, non certo con la mera iscrizione a ruolo…

Il credito del lavoratore, per la Suprema Corte, è incorso, pertanto, in prescrizione quinquennale, prima della notifica dell’atto introduttivo del giudizio.

Dichiarando infondato il primo motivo di ricorso, la Corte di Cassazione affronta, inoltre, ancora una volta il tema processuale della riproposizione in appello di eccezioni preliminari di merito del convenuto, intese come fatti impeditivi, modificativi o estintivi del fatto costitutivo, posto a fondamento dell’azione dell’attore. Nel momento in cui il giudice di primo grado esamina – direttamente o anche indirettamente – una eccezione di merito, e la respinge, il convenuto (c.d. virtualmente soccombente) dovrà spiegare necessariamente appello incidentale, onde richiedere il riesame della medesima eccezione.

Come già ampiamente affermato nelle sentenze a Sezioni Unite, n. 7700 del 19 aprile 2016 e n. 11799 del 12 maggio 2017, la Corte di legittimità ha distinto l’istituto della riproposizione (art. 346 c.p.c.) da quello dell’appello incidentale (art. 343 c.p.c.) affermando in primis che la riproposizione ha carattere residuale rispetto all’appello incidentale.

Per Cass. civ., Sez. III, Ordinanza, 06/06/2023, n. 15893, nel giudizio di cassazione, è inammissibile il ricorso incidentale condizionato con il quale la parte vittoriosa nel giudizio di merito sollevi questioni che siano rimaste assorbite, ancorché in virtù del principio cd. della ragione più liquida, non essendo ravvisabile alcun rigetto implicito, in quanto tali questioni, in caso di accoglimento del ricorso principale, possono essere riproposte davanti al giudice di rinvio (nella specie, è stato dichiarato inammissibile il ricorso incidentale condizionato proposto dalla compagnia assicuratrice, evocata dall’agenzia di viaggi, già ritenuta responsabile nel giudizio di merito per inadempimento agli obblighi informativi nei confronti dei clienti, sul presupposto che la questione dei limiti di polizza e della natura del risarcimento risultavano assorbite nella decisione impugnata e destinate, in esito all’accoglimento del ricorso principale, a riemergere davanti al giudice del rinvio; cassa con rinvio, Tribunale Barcellona Pozzo di Gotto, 21/07/2020). Nello stesso senso, in precedenza anche Cass. civ., Sez. VI – Lavoro, Ordinanza, 23/07/2018, n. 1950 e Cass. civ., Sez. V, Sentenza, 22/09/2017, n. 22095.

L’appello incidentale rientra nella categoria più ampia delle impugnazioni incidentali, trovando applicazione anche l’art. 333 c.p.c., è pertanto un mezzo con cui si “rivolgono critiche all’oggetto dell’impugnazione” ed ancora “al concetto della riproposizione deve ritenersi estraneo ogni profilo di deduzione di una critica alla decisione impugnata”.

In ipotesi, invece, di disinteresse del giudice rispetto alla eccezione proposta in prime cure, il convenuto potrà riproporre espressamente detta eccezione, non valutata e non analizzata prima, avanti alla corte territoriale.

Nel caso di specie, in effetti, in sede di appello la cooperativa datrice aveva, in modo corretto dunque, meramente riproposto l’eccezione, poiché in prime cure il Tribunale non aveva affatto disatteso l’eccezione, né esplicitamente né in maniera implicita.

Riassumendo, dunque, nell’ordinanza di esame, i giudici di legittimità si sono mossi nel solco già tacciato dalle Sezioni Unite, in primo luogo. sul punto delle eccezioni preliminari di merito in sede di appello, ricalcando la distinzione tra mera riproposizione ed appello incidentale.

Per altro verso, gli Ermellini hanno, altresì, confermato che l’eccezione di interruzione della prescrizione – che è qui appena il caso di precisare costituisce eccezione in senso lato, al contrario di quella di prescrizione – è rilevabile anche dal giudice d’ufficio, ma sulla base di allegazioni o prove ritualmente acquisite o acquisibili al processo e non può essere accolta sulla base della considerazione del mero deposito del ricorso lavoro.

Infine, ribadita la validità del principio decisorio della ragione più liquida, la Suprema Corte ribadisce, dopo dieci anni esatti dal primo innovativo arresto in tal senso, che l’oggetto del processo non sempre e non necessariamente è sovrapponibile all’oggetto del giudicato.

Chiara Iodice, funzionario pubblico

Visualizza il documento: Cass., ordinanza 4 gennaio 2024, n. 279

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