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Controllo a distanza del lavoratore: il consenso del lavoratore non scrimina il reato commesso dal datore di lavoro

Cass. Penale, III sez., sent. n. 50919 del 17/12/2019 (ud. 15/07/2019)

Con la sentenza n. 50919 del 17 dicembre 2019la Corte di Cassazione effettua un’importante precisazione sul tema del controllo a distanza del lavoratore e della responsabilità penale del datore di lavoro in tali circostanze. Più nel dettaglio, la Corte si occupa dell’efficacia scriminante del consenso prestato dal lavoratore all’installazione – da parte del datore di lavoro – di apparecchiature di controllo a distanza delle attività lavorative.

Nel caso di specie il datore di lavoro veniva condannato dal Tribunale di Milano per la violazione degli artt. 114 e 171 del Dlg. 193/2006 e degli artt. 4, comma 1 e 38 della legge n. 300/1970, per aver installato, all’interno della propria azienda, n. 16 telecamere di un impianto di videosorveglianza – al dichiarato scopo di controllare l’accesso al locale e fungere da deterrente per eventi criminosi,-  ma in grado di controllare i lavoratori nell’atto di espletare le loro mansioni, in assenza di un preventivo accordo sindacale ovvero della autorizzazione della sede locale dell’Ispettorato nazionale del lavoro. Nonostante l’assenza di tale interlocuzione con le rappresentanze sindacali, il giorno successivo a quello in cui veniva constatata la presenza dell’impianto di videosorveglianza, il datore di lavoro faceva pervenire all’Ispettorato del lavoro una dichiarazione sottoscritta da tutti i propri dipendenti – poi prodotta in giudizio – con la quale costoro dichiaravano di liberare il datore di lavoro dagli obblighi a suo carico previsti dall’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori.

A seguito della condanna veniva proposto appello, convertito in ricorso per Cassazione – a fronte della condanna alla sola pena della ammenda. In particolare, il motivo principale dell’impugnazione riguarda l’efficacia esimente dell’assenso alle predette forme di controllo manifestato dalle parti offese. Giova anticipare fin da subito che la Corte di legittimità dichiara inammissibile il ricorso per manifesta infondatezza dei motivi di impugnazione.

Ebbene, due sono i punti focali esaminati dalla Cassazione: da una parte, l’efficacia scriminante di una liberatoria postuma da parte dei lavoratori, dall’altra -e ancor prima- la validità del consenso espresso dal lavoratore in forma liberatoria dei vincoli del datore di lavoro (quindi a prescindere dalla forma in cui questo sia manifestato ovvero scritto/orale/preventivo o postumo). In altri termini, il può singolo lavoratore, ovvero la totalità dei dipendenti utisinguli,disporre in merito agli obblighi del datore di lavoro, in assenza di una interlocuzione tra le rappresentanze sindacali e il datore stesso?

Per rispondere a questi interrogativi la Corte ricostruisce brevemente il quadro normativo di riferimento. Più nel dettaglio, l’art. 4della L. n. 300/1970 (cd. Statuto dei lavoratori) se per un verso  prevedeche l’installazione degli impianti audiovisivi e di altri strumenti dai quali derivi la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori può essere giustificata esclusivamente per esigenze, fra l’altro, di sicurezza del lavoro e di tutela del patrimonio aziendale, per altro verso richiede che tale installazione sia eseguita previa accordo collettivo stipulato con la rappresentanza sindacale unitaria o con le rappresentanze sindacali aziendali. Nel caso in cui non sia possibile raggiungere tale accordo, si prevede che l’installazione debba essere preceduta dal rilascio di apposita autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro.

Sul piano penale, la violazione di tali prescrizioni viene sanzionata dall’art. 38 dello Statuto con la previsione di una pena alternativa tra ammenda o arresto.

Per vero, tale quadro normativo, vigente al momento dei fatti contestati, risulta modificato al momento del giudizio in Cassazione, pur mantenendo una sostanziale continuità. Il piano precettivo risulta ora disciplinato, sul profilo precettivo, dall’art. 114 D.lgs n. 196/2003 – il quale si limita a prevedere che “resta fermo quanto disposto dall’art. 4 della L. 300/70 – e sul piano sanzionatorio dall’art. 171 D.lgs. n. 196/2003. Nell’ottica di sostanziale continuità con la disciplina precedente, la disposizione da ultimo richiamata prevede che “la violazione delle disposizioni di cui all’art. 4 comma 1, L. 300/70 è punita con le sanzioni di cui all’art. 38 della medesima legge.”

 

Così precisato il quadro normativo di riferimento, la Corte di Cassazione, in coerenza con i principi generali del diritto penale, esclude l’efficacia scriminante di una liberatoria sottoscritta dai dipendenti in data successiva alla constatazione della condotta del datore di lavoro integrante una contravvenzione della specie di quella contestata.

Il consenso dell’avente diritto non solo deve perdurare fino alla consumazione del reato, ma deve essere espresso precedentemente a quest’ultima. Diversamente opinando, dice la Corte che si attribuirebbe al soggetto disponente non solo la possibilità di sacrificare o meno una propria posizione soggettiva, ma anche la facoltà di condizionare – sulla base della propria volontà- la rilevanza penale di una fattispecie.

Tale fattispecie, tuttavia, si è già integralmente perfezionata in tutti i suoi requisiti onde assurgere al grado di illecito. Tutto ciò in coerenza con l’impostazione oggettiva del diritto penale e con il tendenziale interesse di carattere generale – e non meramente soggettivo – alla repressione dei reati.

Tuttavia, la Corte non si ferma qui: quand’anche la dichiarazione liberatoria dei dipendenti fosse stata preventiva, la condotta del datore di lavoro integrante la contravvenzione in esame non risulterebbe comunque scriminata, essendo, per legge, imprescindibile l’interlocuzione con le rappresentanze sindacali ovvero l’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro.

Il consenso (in qualsiasi forma: scritta/orale, preventiva/successiva) prestato dai singoli lavoratorinon vale a scriminare la condotta del datore di lavoro che abbia installato i predetti impianti in violazione delle prescrizioni dettate dalla fattispecie incriminatrice. 

Tanto alla luce della ratio sottesa alla norma penale: la norma penale “al pari di quelle che richiedono l’intervento delle rappresentanze sindacali dei lavoratori per la disciplina degli assetti nei luoghi di lavoro, tutela, infatti, non l’interesse personale del singolo lavoratore né la sommatoria aritmetica di ciascuno di essi, ma presidia degli interessi di carattere collettivo e superindividuali”.

Ebbene, la condotta datoriale di installazione di strumenti di controllo a distanza del lavoratore, con la pretermissione dell’interlocuzione con rappresentanze sindacali unitarie o aziendali, determina l’oggettiva lesione degli interessi collettivi di cui le rappresentanze sindacali sono portatrici, quale appunto la tutela della dignità dei lavoratori sul luogo di lavoro in costanza di adempimento della prestazione lavorativa.

Ne deriva, quindi, l’inderogabilità dell’assenso delle rappresentanze sindacali e infungibile tassatività dei soggetti legittimati a prestarlo (rappresentanze sindacali o, in ultima analisi, imparziale organo pubblico), con esclusione della possibilità per i lavoratori, utisinguli, di provvedere autonomamente al riguardo.Tale tassatività si ricollega alla considerazione della posizione di debolezza dei lavoratori nell’ambito del rapporto di lavoro.

Se così non fosse, a fronte della naturale sproporzione esistente tra lavoratore e datore di lavoro, il secondo potrebbe abusare della sua maggior forza contrattuale per ottenere, all’atto dell’assunzione, una dichiarazione con in cui il lavoratore accetti l’introduzione di qualsiasi tecnologia di controllo.

Ebbene, la Corte mette in evidenza come questo consenso sarebbe viziato dal timore, in caso di rifiuto alla sottoscrizione della dichiarazione, della mancata assunzione.

In conclusione, la Corte ribadisce che non ha alcuna rilevanza il consenso scritto o orale concesso dai singoli lavoratori, “in quanto la tutela penale è apprestata dalla disposizione ora violata per la salvaguardia di interessi collettivi di cui, nel caso di specie, le rappresentanze sindacali, per espressa disposizione di legge, sono esclusive portatrici, in luogo dei lavoratori che, a causa della posizione di svantaggio nella quale versano rispetto al datore di lavoro, potrebbero rendere un consenso viziato.”

Ne deriva che il consenso o l’acquiescenza che il lavoratore potrebbe prestare, o abbia eventualmente già prestato, non può assumere efficacia esimente dal momento che, venendo in gioco un interesse collettivo, il lavoratore non può validamente disporne in termini di esclusività.

Dipartimento di Diritto Penale
Alessandro Mazzone
Lina Matarrese

Sentenza