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Cessione di azienda nulla e natura giuridica del credito di lavoro: tra autonomia privata dell’imprenditore e tutela dei creditori

2 Marzo 2024|

La Corte di Cassazione, nella ordinanza in commento (7 febbraio 2024, n. 3505), ha dichiarato che, in caso di nullità della cessione d’azienda, l’obbligazione di pagamento, che ha natura retributiva e non risarcitoria, ricade sul datore cedente in mora che ingiustificatamente rifiuti la prestazione offerta dal lavoratore.

La Corte di legittimità analizza il peculiare tema della natura dell’obbligazione di pagamento gravante sul datore di lavoro cedente che rifiuti, senza giustificazione, la controprestazione lavorativa offerta dal lavoratore che permane in servizio presso il cessionario (cfr. Bonfante, Cottino, L’imprenditore, in Tratt. Dir. Comm., diretto da Cottino, I, Padova, Cedam, 2001, 620 ss., 635 e 641. In quest’ottica di recente v. Cass., 7 febbraio 2013, n. 2961, secondo cui, quando i debiti si ricollegano a posizioni contrattuali, seguono la sorte del contratto “e tale regola è espressione della naturale ed oggettiva inerenza al complesso aziendale di tutti i rapporti che attengono alla gestione dell’azienda e potenzialmente incidono sul suo avviamento”).

La controversia traeva origine dall’opposizione proposta da una Società informatica avverso il decreto ingiuntivo relativo al pagamento delle retribuzioni maturate dal dipendente a seguito della declaratoria di nullità dell’intervenuta cessione del ramo d’azienda presso il quale il lavoratore era impiegato e della mancata riammissione in servizio da parte della cedente datrice di lavoro.

Nel respingere la richiesta della Società ricorrente, i Giudici di merito avevano ritenuto che la pretesa azionata dal dipendente avesse natura retributiva e che, una volta costituto in mora, il datore di lavoro cedente fosse obbligato a corrispondere le retribuzioni e non a risarcire il danno, nonostante il lavoratore avesse proseguito la propria attività lavorativa con il cessionario (cfr. Colombo, L’azienda e il mercato, in Tratt. Dir. Comm. e di Dir. Pubbl. dell’econ., diretto da Galgano, Padova, Cedam, 1979, 71 ss.; Minneci, Trasferimento di azienda e regime dei debiti, Torino, Giappichelli, 2007, 160, secondo cui la posizione del contraente che ha già eseguito la propria prestazione finisce per evolvere in una situazione creditoria, per cui in questo caso la norma alla quale rivolgere l’attenzione non è l’art. 2558 cod. civ. ma l’art. 2560 cod. civ.).

Con il primo motivo di ricorso, in particolare, è denunciata la violazione degli artt. 3 e 36 Cost., la falsa applicazione degli artt. 1206, 1207, 1217 c.c. e la violazione degli artt. 1218, 1223, 1227, 2094, 2099 e 2105 c.c. in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.

Ad avviso della ricorrente le somme chieste devono essere riconosciute a titolo risarcitorio e non a titolo retributivo e chiede che, ove si ritenga esistente un diritto vivente nel senso della natura retributiva del credito, si sollevi la questione di legittimità costituzionale delle norme richiamate perché in contrasto con l’art. 36 e 3 della Costituzione.

I ricorrenti denunciano, inoltre, la violazione degli artt. 3 e 36 Cost., la falsa applicazione degli artt. 1206, 1207, 1208, 1217, 1256, 2094 e 2099 c.c.; in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., si dubita dell’idoneità della offerta della prestazione proveniente dal lavoratore – il quale tenga in piedi un distinto rapporto lavorativo con il terzo cessionario – a costituire in mora il cedente.

La ricorrente sostiene che si tratta di scelta che si pone in contrasto con il principio di effettività della messa in mora ex art. 1206 c.c., dal momento che l’atto deve accompagnarsi alla concreta possibilità di adempiere che invece sarebbe insussistente, in quanto la lavoratrice era in servizio alle dipendenze di altro datore di lavoro.

Peraltro, si deduce la violazione degli artt. 1180, 2036 e 2126 c.c. in relazione all’art. 29 del d.lgs. n. 276 del 2003 e degli artt. 1676 e 2112 comma 6 c.c., nonché la falsa applicazione degli artt. 1206, 1207, 1217 c.c.

Ad avviso della società ricorrente, sebbene l’illegittimità della cessione determini la ricostituzione del rapporto con il cedente, tuttavia essa non refluisce sulle obbligazioni del cessionario che resta obbligato.

Per tale ragione i rapporti di lavoro proseguono e le retribuzioni erogate incidono sull’ammontare di quelle da erogare da parte (Cfr. Campobasso, Diritto commerciale, I, Torino, Utet, 1997, 153; Ferrara, Corsi, Gli imprenditori e le società, Milano, Giuffrè, 2006, 149; Tedeschi, Le disposizioni generali sull’azienda, in Trattato di diritto privato, diretto da Rescigno, XVIII, Torino, Utet, 1983, 42; Ferrari, voce Azienda, in Enc. Dir., IV, Milano, Giuffrè, 1959, 717, il quale precisa appunto che “presupposti per l’applicabilità della norma dell’art. 2558 risultano quindi la corrispettività e la pendenza di entrambe le prestazioni”. In giurisprudenza v. Cass., 20 luglio 1991, n. 8121).

Con riguardo all’efficacia liberatoria del pagamento effettuato dallo pseudo appaltatore, la medesima ricorrente ritiene che erroneamente la Corte di merito avrebbe ritenuto che il meccanismo liberatorio previsto per l’interposizione non trovi applicazione nell’ipotesi di cessione ai sensi dell’art. 2112 c.c. che non ne prevede uno analogo.

Di pregio sistematico è la ricostruzione operata richiamando un peculiare indirizzo giurisprudenziale maggioritario. Il medesimo,  nell’accertare la natura retributiva e non risarcitoria delle somme dovute dallo pseudo committente che non ripristini il rapporto, ha contestualmente affermato che dal quantum si detrae la somma medio tempore percepita dal lavoratore che sia rimasto alle dipendenze dello pseudo appaltatore. SI ribadisce come il medesimo filone ermeneutico non abbia, in nessn modo, limitato tale possibilità al solo caso in cui ciò avvenga dopo la sentenza che abbia accertato l’interposizione.

La lavoratrice deduce che tali principi, dunque, dovrebbero applicarsi anche alle cessioni dichiarate illegittime; la medesima denuncia l’erroneità dell’affermazione, contenuta in alcune sentenze della Corte di Cassazione per cui “ il nuovo datore di lavoro (già cessionario nel trasferimento dichiarato illegittimo) è l’utilizzatore effettivo (e non meramente apparente come nelle fattispecie, di certo differenti, di interposizione nelle prestazioni di lavoro) dell’attività del lavoratore cui in via corrispettiva corrisponde la retribuzione dovuta e così adempie ad un’obbligazione propria, non sicuramente estinguendo un debito altrui.”

Sulla base di una lettura estensiva dell’Art. 2112 c.c., la ricorrente sostiene che, anche in caso di cessione, il terzo (c.d. cessionario) interviene nel rapporto tra altri soggetti e il pagamento deve valere ad estinguere fino a concorrenza l’obbligazione retributiva ritenuta sussistente in capo al cedente.

Diversamente, si genererebbe una irragionevole disparità di trattamento con l’appalto non genuino. Insiste nel chiedere che, ove si sia di diverso avviso, si sollevi la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2112 c.c. con riguardo all’art. 3 Cost.

I giudici di legittimità – nell’iter logico-motivazionale – hanno ribadito il principio per cui “in tema di interposizione di manodopera, ove ne venga accertata l’illegittimità e dichiarata l’esistenza di un rapporto di lavoro indeterminato, l’omesso ripristino del rapporto di lavoro ad opera del committente determina l’obbligo Corte di Cassazione – copia non ufficiale di quest’ultimo di corrispondere le retribuzioni, a decorrere dalla messa in mora”  (Cfr. Cass., 21 dicembre 2012, n. 23828, in Giur. Comm., 2013, II, 997, con nota di Racugno: “in tema di cessione d’azienda, la disposizione di cui all’art. 2560, comma 2, c.c., secondo cui l’acquirente risponde dei debiti inerenti all’esercizio dell’azienda ceduta soltanto se essi risultino dai libri contabili, è dettata non solo dall’esigenza di tutelare í terzi creditori, già contraenti con l’impresa e peraltro sufficientemente garantiti pure dalla norma di cui al comma 1 del medesimo art. 2560 c.c., ma anche da quella di consentire al cessionario di acquisire adeguata e specifica cognizione dei debiti assunti, specificità che va esclusa nell’ipotesi in cui i dati riportati nelle scritture contabili siano parziali e carenti nell’indicazione del soggetto titolare del credito, non potendosi in alcun modo integrare un’annotazione generica delle operazioni mediante ricorso ad elementi esterni di riscontro”).

Il Supremo Consesso evidenzia, dunque, che a tale indirizzo è stato riconosciuto valore di diritto vivente sopravvenuto dalla Corte costituzionale con la sentenza 28 febbraio 2019, n. 29, che avuto riguardo alla fattispecie della cessione del ramo d’azienda in relazione alla quale, la Corte di appello di Roma, con ordinanza di rimessione del 2 ottobre 2017, aveva sollevato questione di legittimità costituzionale del “combinato disposto” degli artt. 1206, 1207 e 1217 c.c., in riferimento agli artt. 3, 24, 111 e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione all’art. 6 CEDU, censurando le citate disposizioni sulla mora del creditore, sul presupposto che limitassero la tutela del lavoratore ceduto – secondo l’interpretazione giurisprudenziale all’epoca accreditata – al risarcimento del danno, anche dopo la sentenza che avesse accertato l’illegittimità o l’inefficacia del trasferimento d’azienda.

Conseguentemente, si ribadisce come dalla “qualificazione retributiva dell’obbligazione del datore di lavoro moroso” il Giudice delle leggi abbia tratto la conseguenza di “privare di fondamento, le questioni di legittimità costituzionale insorte sulla base di un’interpretazione di segno antitetico”, spettando “alla Corte rimettente rivalutare la questione interpretativa dibattuta nel giudizio principale, che investe il diritto del lavoratore ceduto, già retribuito dal cessionario, di rivendicare la retribuzione anche nei confronti del cedente”.

Pertanto, nella dichiarata prospettiva di una interpretazione costituzionalmente orientata della disciplina di riferimento, le Sezioni unite hanno, viceversa, ritenuto coerente sia con la normativa codicistica in tema di contratti a prestazioni corrispettive (artt. 1453 e sgg. cod. civ.) sia con gli artt. 3, 36 e 41 Cost., il superamento della regola sinallagmatica della corrispettività – intesa come riconoscimento al lavoratore, che chiede l’adempimento, del solo risarcimento del danno in caso di mancata prestazione lavorativa, pur se tale mancata prestazione è conseguenza di un rifiuto illegittimo del datore di lavoro in violazione dei principi di buona fede e correttezza ”.

La decisione in analisi ha il pregio di rilevare come non rilevi, ai fini che rilevano, l’impossibilità di rendere la prestazione, trattandosi di eventi sopravvenuti in una situazione di perdurante inadempimento contrattuale, come tale non idonei a esimere la parte inadempiente della prestazione contrattuale comunque connessa allo svolgimento del rapporto di lavoro non possono essere detratte da quanto egli abbia ricevuto per il mancato ripristino del rapporto ad opera del cedente, indipendentemente dalla qualificazione – risarcitoria o retributiva – del trattamento economico dovuto al lavoratore illegittimamente trasferito.

L’indennità – secondo i giudici – opera su un piano ontologicamente diverso rispetto agli incrementi patrimoniali derivanti al lavoratore dall’essere stato liberato, anche se illegittimamente, dall’obbligo di prestare la sua attività, dando luogo la sua eventuale non spettanza ad un indebito previdenziale, ripetibile nei limiti di legge

La Suprema Corte, dunque, sottolinea come decisione impugnata è conforme al principio generale sancito dall’art. 1207, comma primo, c.c., secondo cui: “Quando il creditore è in mora, è a suo carico l’impossibilità della prestazione sopravvenuta per una causa non imputabile al debitore” e la Corte di merito ha accertato in punto di fatto che si tratterebbe appunto di eventi sopravvenuti in una situazione di perdurante Corte di Cassazione – copia non ufficiale inadempimento contrattuale. Vanamente, perciò, la ricorrente si riferisce alla diversa ipotesi di cui all’art. 1208, comma primo, n. 2), c.c., a termini della quale, affinché l’offerta sia valida è necessario che sia fatta da persona che può validamente adempiere.

Ai fini probatori, i giudici rilevano come la ricorrente, infatti, neppure abbia allegato che la lavoratrice – già all’atto della costituzione in mora della società cedente – versasse in una situazione di radicale impossibilità di rendere la prestazione lavorativa.

La Corte, dunque, rigetta il ricorso, risolvendo la querelle in punto di natura giuridica dell’obbligazione di pagamento gravante sul datore di lavoro cedente che rifiuti, senza giustificazione, la controprestazione lavorativa offerta dal lavoratore che permane in servizio presso il cessionario (Del Conte, Il ruolo della contrattazione collettiva e l’impatto sul sistema di relazioni industriali, in Tiraboschi (a cura di), La riforma Biagi del mercato del lavoro, Giuffrè, Milano, 2004, 636; vedasi anche De Luca Tamajo, Trasferimento d’azienda, esternalizzazione del lavoro, somministrazione, appalto dei servizi, distacco, nella riforma del diritto del lavoro, in Adl, 2005, 59).

Si è dichiarato, in particolare, che, in caso di nullità della cessione d’azienda, l’obbligazione di pagamento, che ha natura retributiva e non risarcitoria, ricade sul datore cedente in mora che ingiustificatamente rifiuti la prestazione offerta dal lavoratore (Zoli, Contratto e rapporto tra potere e autonomia nelle recenti riforme del diritto del lavoro, relazione alle giornate di studio Aidlass, Padova, 21 e 22 maggio 2004; Romei, Cessione di ramo di azienda e appalto, in Gdlri, 1999, 349. Cfr. anche Santoro Passarelli, Il trasferimento di parte dell’azienda tra libertà dell’imprenditore e tutela dei lavoratori, in Aa.Vv., Trasferimento di ramo d’azienda e rapporto di lavoro, Giuffrè, Milano, 2004, vol. 2, 16).

Giuseppe Maria Marsico, dottorando di ricerca in diritto privato e dell’economia e funzionario giuridico-economico-finanziario

Visualizza il documento: Cass., ordinanza 7 febbraio 2024, n. 3505

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